Aria, clima, elettrificazione, acque e biodiversità. 5550 articoli raccolti da fonti istituzionali e specializzate, classificati per area ambientale e linkati al porto di riferimento.
“Personalmente penso di avere già dato tutto quello che avevo nel Milan. È stato un club che mi ha aiutato molto a crescere, che mi ha appoggiato nei momenti difficili e fortunatamente sono anche riuscito a scrivere il mio nome nella storia rossonera”. Ha eso…
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“Personalmente penso di avere già dato tutto quello che avevo nel Milan. È stato un club che mi ha aiutato molto a crescere, che mi ha appoggiato nei momenti difficili e fortunatamente sono anche riuscito a scrivere il mio nome nella storia rossonera”. Ha esordito così Rafael Leao in un’intervista al quotidiano portoghese Sport TV, parlando del suo futuro e annunciando praticamente l’addio al Milan.
“Penso che tutti ovviamente abbiano dei sogni, delle ambizioni, delle sfide da voler affrontare. Io ambisco ad avere una nuova sfida in un nuovo campionato. E se questo dovesse accadere, sarei molto contento. Anche perché ho realizzato di aver fatto un buon lavoro al Milan”, ha proseguito l’attaccante 27enne dei rossoneri. Alla domanda della giornalista se sia interessato a un’esperienza in particolare tra Premier League, la Liga spagnola o il campionato arabo, l’attaccante risponde: “Adesso la cosa più importante per me è il Mondiale. Voglio fare un buon Mondiale, riuscire ad aiutare la mia Nazionale. E poi quando arriverà il momento, studierò le migliori opzioni per il futuro della mia carriera, per continuare a competere ai massimi livelli nel calcio europeo”.
Per Leao sono diverse le opportunità: nelle ultime settimane è stato accostato più volte al Manchester United, ma anche ad altri club top inglesi come Arsenal, Chelsea e anche il Tottenham di De Zerbi. Poi c’è l’opzione Arabia: anche se in questa fase della carriera significherebbe “bruciarsi”. L’Al Hilal di Inzaghi però spinge. Sullo sfondo c’è il Barcellona. Da ricordare che comunque Leao ha un contratto con il Milan fino al 2028 e guadagna 7 milioni all’anno.
227 partite e 64 gol per Rafael Leao al Milan, che se dovesse lasciare i rossoneri come da sua volontà, chiuderebbe la sua esperienza rossonera con un campionato di Serie A vinto nel 2021/22 e una Supercoppa Italiana nel 2024. Arrivato con grandissime aspettative, il rapporto tra Leao e i tifosi del Milan si è deteriorato negli ultimi anni, soprattutto nell’ultima stagione quando – dopo un inizio promettente e anche prolifico – Leao si è perso strada facendo, non riuscendo più a incidere in campo. Da lì numerose critiche e anche diversi fischi nel finale di campionato per il portoghese, che ora ha manifestato l’idea di andare via.
Tagliavano i servizi essenziali destinati all’assistenza dei richiedenti asilo nei centri di accoglienza, dirottando il denaro pubblico verso spese personali quali viaggi, soggiorni e articoli di lusso di marchi come Hermès, Chanel e Prada. È il sistema fraud…
La Guardia di Finanza ha notificato otto inviti a dedurre a carico dei vertici del Consorzio Maleventum e di tre ex dipendenti pubblici. Le ispezioni nei centri venivano preannunciate per nascondere sovraffollamento e carenze igienico-sanitarie
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Tagliavano i servizi essenziali destinati all’assistenza dei richiedenti asilo nei centri di accoglienza, dirottando il denaro pubblico verso spese personali quali viaggi, soggiorni e articoli di lusso di marchi come Hermès, Chanel e Prada. È il sistema fraudolento accertato a Benevento, culminato con la contestazione di un danno erariale pari a 1,3 milioni di euro da parte della Procura Regionale per la Campania della Corte dei conti. La Guardia di Finanza ha notificato in queste ore otto inviti a dedurre ad altrettanti soggetti, tra cui spiccano i nomi di ex dipendenti della Prefettura locale incaricati proprio del controllo di tali strutture.
Il danno erariale e l’origine dell’inchiesta
L’azione della procura contabile, guidata dal procuratore Giacinto Dammicco e dal vice procuratore Davide Vitale, trae origine dalla trasmissione, avvenuta nel dicembre 2018, di un procedimento penale sfociato lo scorso 21 aprile in una sentenza di condanna emessa dal tribunale di Benevento. Secondo le stime emerse dagli accertamenti, tra il 2014 e il 2018 al consorzio “Maleventum” erano stati destinati oltre 20 milioni di euro erogati dal Ministero dell’Interno, transitati attraverso la Prefettura di Benevento, per la gestione dell’accoglienza dei migranti. Una parte ingente di questi fondi è finita illecitamente nelle tasche degli amministratori e dei loro familiari.
Il ruolo dell’ex funzionario e dei dirigenti della Prefettura
Un aspetto centrale dell’inchiesta riguarda il coinvolgimento dei dipendenti pubblici che avrebbero dovuto vigilare sul corretto impiego dei fondi. Tra i destinatari del provvedimento figura Felice Panzone, ex funzionario della Prefettura di Benevento addetto in modo specifico alla gestione dei centri di accoglienza. A Panzone la Procura contesta di aver utilizzato specifiche frasi come “alert” per preavvisare i gestori dell’arrivo imminente degli ispettori (appartenenti a Prefettura, Asl, Nas e delegazioni Onu), omettendo contestualmente l’avvio delle procedure sanzionatorie a fronte delle criticità rilevate. Coinvolti anche gli ex dirigenti dell’Area Immigrazione della Prefettura, Maria Rita Circelli e Giuseppe Canale: ad essi viene contestata la mancata applicazione delle penalità e delle misure previste dai contratti di appalto in caso di irregolarità.
Le condizioni dei centri e lo shopping di lusso
Sul fronte della gestione privata, gli inviti a dedurre sono stati recapitati a Paolo Di Donato, considerato l’amministratore di fatto e il dominus del Consorzio Maleventum, e ai rappresentanti legali succedutisi tra il 2014 e il 2018: Renza Fusco, Elio Ouechtati, Giuseppe Caligiure e Giovanni Pollastro. I controlli eseguiti dalla Guardia di Finanza all’interno delle strutture del consorzio hanno fatto emergere una situazione di grave inadempienza: le ispezioni hanno constatato sovraffollamento, pesanti carenze igienico-sanitarie, assenza di standard di sicurezza e insufficienza di beni e servizi essenziali, in netta violazione degli obblighi previsti dai capitolati d’appalto. I fondi risparmiati attraverso l’erogazione di servizi inadeguati, secondo le accuse, venivano utilizzati per scopi estranei ai finanziamenti pubblici, tra cui trasferimenti di denaro ai familiari del gestore di fatto, viaggi e acquisti nelle boutique di note griffe di moda.
Un nuovo avvistamento dell’esemplare di orso presente nell’area dell’Altopiano di Asiago Sette Comuni è stato scoperto la scorsa notte dalla Regione del Veneto, dopo alcuni giorni nei quali non si erano registrate nuove segnalazioni, avvistamenti diretti o ri…
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Un nuovo avvistamento dell’esemplare di orso presente nell’area dell’Altopiano di Asiago Sette Comuni è stato scoperto la scorsa notte dalla Regione del Veneto, dopo alcuni giorni nei quali non si erano registrate nuove segnalazioni, avvistamenti diretti o rilevamenti tramite fototrappole. L’uccisione di due capre nel territorio comunale di Enego, in provincia di Vicenza, ha destato l’attenzione degli operatori della polizia provinciale e della Regione, che hanno svolto un sopralluogo e raccolto elementi che portano a ritenere plausibile il coinvolgimento dell’orso già segnalato nei giorni scorsi. Per approfondire gli accertamenti è stata quindi installata una fototrappola in prossimità della carcassa di una delle capre predate e l’area circostante è stata monitorata durante la notte.
Intorno alle ore 22.30 l’orso ha fatto ritorno sul posto, entrando nel recinto e mangiando la carcassa dell’animale. Si tratta probabilmente del medesimo giovane maschio monitorato nelle scorse settimane. Accortosi della presenza degli osservatori, ha dimostrato agilità e tranquillità, arrampicandosi e superando una recinzione metallica di circa due metri per poi scendere e dileguarsi nel bosco. Il luogo del nuovo avvistamento dista circa 11 chilometri in linea d’aria dall’ultima rilevazione, sempre nel margine orientale dell’Altopiano.
Per l’assessore regionale Dario Bond “la collaborazione dei cittadini è fondamentale per consentire un monitoraggio efficace degli spostamenti di questo giovane maschio e per garantire una gestione corretta della situazione”. La presenza dell’orso nel territorio veneto rimane un fenomeno sporadico e riconducibile principalmente agli spostamenti di giovani maschi in dispersione, provenienti dai nuclei riproduttivi presenti nelle regioni limitrofe o nei territori confinanti. “Raccomandiamo – conclude Bond – di mantenere comportamenti corretti nella gestione di rifiuti, fonti alimentari, animali domestici e strutture zootecniche, evitando di creare situazioni che possano attrarre la fauna selvatica in prossimità delle aree abitate”.
Solo a Parigi sono state 283 le persone fermate dopo i festeggiamenti e le violenze in seguito alla vittoria del Paris Saint-Germain in Champions League. Il numero sale a 416 se si considera l’intera Francia. “Ci sono stati festeggiamenti macchiati da violenz…
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Solo a Parigi sono state 283 le persone fermate dopo i festeggiamenti e le violenze in seguito alla vittoria del Paris Saint-Germain in Champions League. Il numero sale a 416 se si considera l’intera Francia. “Ci sono stati festeggiamenti macchiati da violenze, una situazione che avevamo previsto ed anticipato”, ha assicurato il ministro dell’Interno, Laurent Nuñez, in un punto stampa questa notte. Il ministro ha parlato di “derive assolutamente inaccettabili”, precisando che sette poliziotti sono rimasti feriti, e uno è in gravi condizioni ad Agen, nel sud-ovest, per un trauma cranico. Saccheggi di negozi si sono registrati, oltre che a Parigi, a Rennes, Strasburgo, Clermont-Ferrand e Grenoble.
Oltre un centinaio i mortai per fuochi d’artificio utilizzati per sparare migliaia di razzi nella notte di festeggiamenti, provocando incendi, rimasti isolati, e interventi dei pompieri a più riprese. A Parigi, gruppi di ultrà hanno anche bloccato il périphérique, la tangenziale della capitale, abbandonandosi a improvvisate partitelle di calcio al centro della carreggiata. Sono stati sgomberati da almeno quattro cariche della polizia. A Parigi, gli scontri più violenti sono avvenuti, come di consueto, sugli Champs-Elysée e dintorni, dove si sono riunite diverse migliaia di persone durante la partita, raggiunge poi da molte altre al termine del match, che si giocava a Budapest. Scontri anche attorno al Parco dei Principi, lo stadio del PSG, accanto al quale era stato allestito un maxischermo per i tifosi. I tafferugli fra tifosi e forze dell’ordine sono proseguiti fino al primo mattino mentre episodi isolati di aggressioni o incidenti – un uomo, ubriaco, è caduto nella Senna – sono avvenuti un pò ovunque nella capitale. Dopo essere stati schierati in 22.000 da ieri pomeriggio per arginare i prevedibili disordini, oggi poliziotti e gendarmi saranno di nuovo impegnati per la sfilata dei giocatori campioni d’Europa a Champs-de-Mars, dove sono attese 100.000 persone. Il pullman con i vincitori della Champions raggiungerà poi l’Eliseo, dove la squadra sarà ricevuta dal presidente Emmanuel Macron.
Un attentato incendiario è stato compiuto la scorsa notte a Enego, in provincia di Vicenza, ai danni dell’abitazione del giornalista Adriano Cappellari. Intorno alle 23:30, un individuo a volto coperto ha innescato un pacco esplosivo davanti alla casa del cro…
Un uomo armato e a volto coperto ha innescato un ordigno davanti all'abitazione del cronista vicentino, noto per le inchieste su Caivano. Sul posto trovate bombole di gas e una foto della vittima segnata con una "X". Indagano i Carabinieri
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Un attentato incendiario è stato compiuto la scorsa notte a Enego, in provincia di Vicenza, ai danni dell’abitazione del giornalista Adriano Cappellari. Intorno alle 23:30, un individuo a volto coperto ha innescato un pacco esplosivo davanti alla casa del cronista, lasciando sul posto alcune bombole di gas e un messaggio di minacce.
La dinamica dell’attentato e le telecamere
La sequenza dell’attentato è stata registrata dall’impianto di videosorveglianza privata dell’abitazione. Secondo quanto diffuso da “L’Altopiano”, il quindicinale per il quale il giornalista lavora, le immagini mostrano una singola persona con il volto coperto e armata di pistola. L’uomo è entrato nell’area della proprietà pochi secondi prima della deflagrazione, appoggiando a terra il pacco incendiario e diverse bombolette di gas prima di allontanarsi. Al momento dell’esplosione, Cappellari si trovava da solo in casa, essendo rientrato da pochi minuti dopo aver trascorso la serata da conoscenti.
L’intervento dei soccorsi
L’allarme ha fatto scattare l’immediato intervento dei Vigili del Fuoco e delle forze dell’ordine. I pompieri hanno rapidamente spento le fiamme divampate all’esterno della struttura e hanno provveduto a mettere in sicurezza l’area, disinnescando le bombolette di gas rimaste inesplose. Contestualmente, i Carabinieri delle stazioni di Enego e Bassano del Grappa hanno effettuato i rilievi scientifici e avviato le indagini per identificare l’autore del gesto.
I precedenti e il collegamento con le inchieste su Caivano
Sul luogo dell’esplosione, l’attentatore ha lasciato una lettera contenente nuove minacce e alcune fotografie del giornalista segnate con una “x”. L’episodio si inserisce in un quadro intimidatorio già noto alle forze dell’ordine. Da diverso tempo il cronista vicentino è impegnato nel documentare e raccontare le dinamiche criminali di Caivano, in provincia di Napoli, seguendo da vicino l’attività sul territorio di don Maurizio Patriciello. A causa del suo lavoro, alcuni mesi fa Cappellari era già stato bersaglio di lettere anonime contenenti espliciti inviti a smettere di scrivere e pesanti minacce, inviate con modalità del tutto simili a quelle rinvenute la scorsa notte a Enego.
La solidarietà dell’Ordine dei Giornalisti
“Il nuovo atto di intimidazione, il secondo in poco tempo, avvenuto la scorsa notte ai danni di Adriano Cappellari dimostra ancora una volta che non esistono luoghi immuni dalla violenza, nemmeno nel nostro veneto che si definisce onesto, e che l’impegno contro la criminalità organizzata non deve avere confini”. Lo afferma in una nota l’Ordine dei Giornalisti del Veneto, che “esprime ancora una volta la solidarietà al giovane cronista da tempo nel mirino di ignoti personaggi che accompagnano le minacce – e ora anche gli attentati – con messaggi farneticanti verso chi si impegna a educare e a riscattare popolazioni vittime di sopraffazione e di illegalità”, conclude la nota.
L'articolo Iran, Trump: “Niente armi nucleari, hanno accettato”. Per il New York Times il tycoon ha inviato proposta più dura. Idf ordina nuova evacuazione in Libano proviene da Il Fatto Quotidiano.
Israele si spinge sempre più a nord in Libano. Macron: “Ingiustificabile”. Si riunisce l’Onu su richiesta di Parigi. Usa-Iran, si lavora al memorandum
Israele non si ferma, intensifica le operazioni di terra in Libano e si spinge sempre più a nord, ben oltre il fiume Litani. Un’avanzata “ingiustificabile” secondo la Francia, ex potenza coloniale in Libano, che per prima in Europa alza la voce contro Israele chiedendo una riunione urgente all’Onu. Il Consiglio di Sicurezza è stato convocato per lunedì 1 giugno.
Domenica l’esercito di Tel Aviv ha issato la bandiera della brigata Golani sul castello medioevale di Beaufort, dal quale si era ritirato 26 anni fa. Un sito simbolo libanese e ad alto valore strategico per la sua posizione. Il premier Netanyahu ne ha celebrato l’occupazione e ha annunciato “un ampliamento delle operazioni”. Intanto i media libanesi sembrano ottimisti sulla possibilità di un nuovo accordo per il cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah, e ipotizzano l’annuncio di Marco Rubio già martedì, dopo i negoziati tra le due delegazioni. Il governo di Beirut ha anche aggiornato a 3mila e 412 il numero degli uccisi dall’inizio della nuova fase della guerra tra Israele e Hezbollah, il 2 marzo scorso. I feriti sono 10mila e 269, per un totale di almeno 13mila e 681 vittime tra morti e feriti.
Sull’altro fronte mediorientale, quello iraniano, l’accordo ancora non c’è. I negoziatori sono al lavoro sulla controproposta siglata dal presidente Usa Donald Trump: la bozza revisionata nella riunione della Situation Room convocata venerdì alla Casa Bianca è stata recapitata a Teheran in vista della relativa approvazione, attraverso un passaggio che richiederà non meno di tre giorni. Il tycoon ha inasprito le condizioni e ha chiesto modifiche definite “piuttosto significative”. Nella serata di domenica, è intervenuto sulla tv di Stato il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, invitando a “non dare importanza alle speculazioni di questa fase”. I “colloqui e lo scambio di messaggi” con gli Stati Uniti “sono in corso, e finché non produrranno un risultato concreto, non è possibile giudicarli”.
Quaranta milioni di elettori sono attesi al primo turno delle elezioni presidenziali in Colombia. Sulla scheda: quattordici candidati. Undici di loro senza chance, complice la polarizzazione. E verso il ballottaggio corrono in tre, divisi tra chi sostiene la …
La via del dialogo è sponsorizzata da Iván Cepeda Castro (Pacto Histórico). C'è chi invece propone "guerra" e "mano dura", come l'outsider Abelardo De La Espriella (Defensores de la Patria) e Paloma Valencia (Centro democratico), in lotta per il voto moderato e ultraconservatore
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Quaranta milioni di elettori sono attesi al primo turno delle elezioni presidenziali in Colombia. Sulla scheda: quattordici candidati. Undici di loro senza chance, complice la polarizzazione. E verso il ballottaggio corrono in tre, divisi tra chi sostiene la “pace totale” e la via del dialogo con i gruppi armati, cioè Iván Cepeda Castro (Pacto Histórico), e chi invece propone “guerra” e “mano dura” contro guerriglia e narcos, come l’outsider Abelardo De La Espriella (Defensores de la Patria) e Paloma Valencia (Centro democratico), in lotta per il voto moderato e ultraconservatore.
Visioni opposte di un Paese lacerato da decenni di violenza politica. Ne è testimone lo stesso Cepeda, classe 1964, che ha trasformato in politica la ricerca di verità su suo padre, il deputato di Unión Patriótica Manuel Cepeda, ucciso nel 1994 in una località di Bogotà intitolata a J.F Kennedy, con la complicità di settori deviati dello Stato. “L’America Latina dev’essere una zona di pace, senza ingerenze militari né di alcun genere”, ha detto Cepeda alla Cnn illustrando un programma fondato su “dialogo“, “riforma agraria” e lotta alla “povertà” e alle “disuguaglianze“. De La Espriella e Valencia, entrambi classe 1978 – lui avvocato, lei filosofo ed economista – propongono invece il pieno allineamento con gli Usa, attraverso l’ingresso alla coalizione Shield of The Americas, operazioni di addestramento alle forze dell’ordine colombiane e una prima fase di scontro totale contro le guerriglie e i gruppi criminali. Valencia, che punta a essere la prima presidente donna della Colombia, vorrebbe 60mila nuovi agenti tra forze armate e corpi di polizia e l’aumento della capienza nelle carceri colombiane. De La Espriella, che ha speso 7 milioni di dollari nella sua campagna con finanziamenti poco chiari, alza il tiro e promette dieci megacarceri stile El Salvador.
E mentre Cepeda ha, secondo i sondaggi del Centro nacional de consultoría, già un piede nel ballottaggio, con il 34,5% delle preferenze, De La Espriella e Valencia si contendono il secondo posto oscillando tra il 20% e il 15% a seconda dei sondaggi. E al momento l’avvocato vanta più sostegno esterno. A tal punto che Polymarket lo dà già vincitore al secondo turno con 67% di probabilità e, poche ore prima del voto il presidente ecuadoriano Daniel Noboa ha sospeso i dazi sulle importazioni colombiane dopo averlo incontrato. “È un segnale di buona volontà, affetto e speranza”, dice Noboa. Per Camilo Romero, ex governatore di Nariño e alleato del presidente uscente Gustavo Petro, il gesto svela invece l’esistenza di “un piano dell’estrema destra contro il progressismo”. Intervengono come sempre gli Stati Uniti, che ricordano l’omicidio del senatore e pre-candidato conservatore Miguel Uribe Turbay, che si dicono preoccupati per le crescenti “minacce contro candidati presidenziali” e condannano “ogni intimidazione e violenza diretta contro qualsiasi candidato politico”. Rincara la dose il senatore repubblicano Bernie Moreno che avverte: “In caso di coercizione o intimidazione gli Usa potrebbero non riconoscere le elezioni come giuste e libere”. Nelle ore antecedenti all’apertura delle urne si sono registrati alcuni episodi di violenza, ma sempre tra gruppi armati, come l’ultimo scontro tra dissidenze Farc, nella zona rurale di Guaviare, che ha causato 50 vittime.
L’esito dell’elezione passa anche dagli attivisti. “È un’opportunità storica per tutti i colombiani. Siamo più che pronti. E occorre scegliere bene”, dice a Ilfattoquotidiano.it Dionny Segura, attivista di De La Espriella. “La guerra? È una frottola di Petro che ha dissanguato il Paese”. Anche Julia Hurtado, della località di Barrancas (La Guajira), sostenitrice di Valencia, dice: “Non è in gioco un’elezione di quattro anni, ma il futuro dell’intero Paese. Abbiamo bisogno di una donna capace di mettere ‘mano dura’ a questo Paese, ma con un grande cuore”. A sinistra, Hernán Gómez Ospino, tra i coordinatori di campagna del Pacto Histórico, dice: “Siamo presenti in tutti i municipi del Paese. Siamo andati casa per casa. La gente è convinta e abbiamo il sostegno degli indigeni e delle zone rurali”. Alla vigilia del voto parliamo anche con Gianni La Bella, mediatore della Comunità di Sant’Egidio, che ha seguito da vicino il dialogo di pace. “Si rischia un’escalation di tensioni che non si esaurirà con l’elezione del nuovo presidente”, dice La Bella a Ilfattoquotidiano.it, sottolineando che la polarizzazione a Bogotà corrisponde al “clima di tutta l’America Latina, in preda a una nuova internazionale nera”. Quanto alla pace totale, La Bella ricorda la battuta d’arresto imposta dal governo ultraconservatore di Iván Duque, nel gennaio 2019, che “non ha giovato all’implementazione degli accordi”. Per il mediatore: “Servono maggiore presenza dello Stato nelle periferie, in mano ai gruppi armati, e più solidarietà internazionale. Non dimentichiamo che Bogotà resta il crocevia politico del continente”.
Le Nazioni Unite rischiano la bancarotta a causa della sospensione dei finanziamenti da parte di Stati Uniti e Cina, che insieme valgono il 42% del budget di base dell’organizzazione internazionale. Lo rivela una dettagliata indagine del Wall Street Journal, …
Gli effetti della mancanza di finanziamenti sono già visibili. A novembre, Guterres aveva messo in guardia spiegando che nel 2025 il Working Capital Fund si era impoverito di 760 milioni di dollari per i contributi non pagati e, alla fine di settembre, erano stati raccolti solo il 66,2% dei pagamenti annuali, rispetto al 78,1% del 2024. Per questi motivi, le Nazioni Unite hanno effettuato importanti tagli di spesa, chiudendo uffici ed eliminando un numero record posti di lavoro. A inizio marzo 2025 era già stato stabilito l’obiettivo di riduzione della spesa per 600 milioni di dollari, pari a circa il 17% del bilancio ordinario, compresi i fondi per le missioni politiche speciali. Nel mentre l’Onu ha accelerato il ritiro delle proprie truppe dalle zone più critiche dell’Africa, come la Repubblica Democratica del Congo, per risparmiare denaro, e hanno drasticamente ridotto le spese per le operazioni di mantenimento della pace. Va specificato che, secondo le regole dell’Onu, i ritardi cronici accumulati creano un problema economico non di poco conto. I finanziamenti non spesi a fine anno infatti devono essere restituiti agli Stati che li hanno forniti: con solo il 92% del bilancio attuato, nel 2026 potrebbe essere richiesta la restituzione di quasi 300 milioni di dollari di crediti. Per Guterres, questo significherebbe innescare un’altra crisi di liquidità nel 2026, costringendo ad una riduzione di oltre il 10% delle spese preventivate, anche se si raggiungesse il 100% di incassi. “Siamo intrappolati in un circolo vizioso kafkiano; ci si aspetta che restituiamo denaro che non esiste”, ha spiegato il Segretario Generale.
Intanto, tra tagli e ritardi, gli Stati Uniti hanno anche iniziato a cambiare i modi di convogliare i fondi per l’Onu. Tutti i finanziamenti vengono gestiti da un unico dipartimento istituito per gestire le emergenze, l’Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari, stanziando finora 3,8 miliardi di dollari. Washington rimane quindi il principale finanziatore dell’Onu ma gli stanziamenti sono nettamente diminuiti rispetto agli oltre 10 miliardi di dollari annui degli ultimi anni. Per questo, come dichiarato dal Dipartimento di Stato a dicembre, “le singole agenzie delle Nazioni Unite dovranno adattarsi, ridimensionarsi o scomparire”. Diminuire i fondi però ha conseguenze sulla propria posizione all’interno dell’organizzazione: i membri perdono il diritto di voto nell’Assemblea Generale una volta che i loro arretrati superano i due anni di quote associative, una situazione che gli Stati Uniti potrebbero trovarsi ad affrontare già nel 2027. Da parte cinese invece la pressione sull’Onu è più sottile e si esercita anche attraverso il Comitato consultivo per le questioni amministrative e di bilancio, che controlla il bilancio delle Nazioni Unite, e il Gruppo dei 77. Secondo il Wsj, questa coalizione composta da 134 Paesi membri delle Nazioni Unite, tra cui Pechino, è stata sfruttata da Xi Jinping a maggio per fare pressioni insieme a Mosca sulla riduzione della spesa per i diritti umani. La Cina fornisce già finanziamenti minimi ai programmi umanitari dell’Onu, ma negli anni questa tendenza si è allargata anche ad altri ambiti e ai tempi di pagamento. Storicamente, Pechino versava i suoi contributi nei primi mesi di ogni anno, ma nel 2022 ha iniziato a trattenere i versamenti finali fino a molto più tardi, in quella che gli analisti delle Nazioni Unite considerano una strategia di pressione per promuovere le proprie priorità politiche. Lo scorso anno ha fatto un unico pagamento il 27 dicembre.
“Perché Matteo Renzi è rientrato nel campo largo? Questa è una domanda che dovreste fare a lui”. Così la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein, ospite ad Accordi&Disaccordi, il talk condotto da Luca Sommi ogni sabato sera sul Nove. “Noi lavoriamo su…
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“C’era questa illusione che la stangata e la lezione del referendum valessero soltanto per il centrodestra. Invece dovevano valere per tutti, perché il voto del referendum non è il voto politico, né tantomeno il voto amministrativo”. Queste le parole del dire…
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“C’era questa illusione che la stangata e la lezione del referendum valessero soltanto per il centrodestra. Invece dovevano valere per tutti, perché il voto del referendum non è il voto politico, né tantomeno il voto amministrativo”. Queste le parole del direttore de Il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, ospite di Accordi&Disaccordi, il talk condotto da Luca Sommi, in onda in prima serata tutti i sabati sul Nove.
“Sono andati a votare 5 milioni e mezzo di cronici astenuti e di giovani alla prima esperienza che, quando hanno un obiettivo molto chiaro, si mobilitano e, quando c’è confusione o quando l’offerta non vale la candela, stanno a casa. Il centrosinistra si era illuso, pur dicendo il contrario, che quei voti fossero tutti suoi e, quindi, di averli già in tasca”.
La strage, per ora, è sventata. Per un’ottantina di tigli a Belluno, in via Feltre, è arrivato in extremis da Roma un decreto che ha bloccato il loro abbattimento. In una corsa contro il tempo giocata sul filo delle ore, a ottenere la sospensione (al momento …
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La strage, per ora, è sventata. Per un’ottantina di tigli a Belluno, in via Feltre, è arrivato in extremis da Roma un decreto che ha bloccato il loro abbattimento. In una corsa contro il tempo giocata sul filo delle ore, a ottenere la sospensione (al momento temporanea) è stata l’associazione Italia Nostra, assistita dagli avvocati Federico Mazzei e Laura Polonioli, che si sono rivolti al Consiglio di Stato con una procedura d’urgenza. Il Comune, infatti, aveva già fissato per lunedì 1 giugno il momento per procedere con l’operazione.
La storia dei tigli di via Feltre a Belluno sta occupando da mesi le pagine dei giornali locali, per la mobilitazione popolare e addirittura per alcune manifestazioni nel corso delle quali tranquillissimi e pacifici esponenti del mondo ambientalista si sono incatenati agli alberi. La decisione di fermare tutto è stata presa da Vincenzo Neri, presidente della Quarta Sezione del Consiglio di Stato, considerando il fatto che l’associazione ha già presentato ricorso in appello contro una sentenza del Tar del Veneto che aveva dato ragione al Comune e alla provincia di Belluno, oltre che alla società Servizi Integrati Bellunesi. Il magistrato romano ha ritenuto di decidere senza il contraddittorio delle parti, in pendenza di un ricorso in appello, considerando “l’estrema gravità e urgenza, oltre al pregiudizio che deriverebbe dall’abbattimento degli alberi”. Se l’1 giugno gli alberi fossero stati tagliati, il danno sarebbe diventato irreparabile.
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Ad aprile il Comune di Belluno aveva dato il via al taglio di una prima parte delle piante in una strada dove è in corso una riqualificazione urbana. Un cittadino ha effettuato una donazione di tre milioni di euro per effettuare una serie di interventi, tra cui la sistemazione dei marciapiedi e la realizzazione di una pista ciclabile. Questo comporta però la scomparsa dei tigli. Italia Nostra Belluno e Onda (Organismo nazionale difesa alberi) si sono così rivolti al Tar del Veneto, ottenendo il 30 aprile una prima sospensiva. Si è poi arrivata alla decisione di una settimana fa, quando il Tar ha dato ragione al Comune, respingendo la sospensiva e consentendo all’ente pubblico la prosecuzione del progetto. Gli ambientalisti hanno così presentato ricorso al Consiglio di Stato, ma hanno dovuto prendere atto di una comunicazione proveniente dal municipio, con l’immediata fissazione della nuova data per il taglio.
È stato così inviato un ricorso d’urgenza a Roma, per bloccare tutto. “In poche ore il Consiglio di Stato ha accolto la nostra istanza – spiega Giovanna Cenier di Italia Nostra – altrimenti a che cosa sarebbe servito il giudizio se i tigli fossero nel frattempo diventati legna da ardere? La popolazione sta già sperimentando in via Feltre che cosa significa non avere più un congruo numero di alberi. Le temperature sono torride e la strada è senza riparo dal sole”.
Riecco Giuseppe Valditara sul divieto di accesso ai social per i minori. Dagli studi di Diario del giorno su Rete 4 ha tuonato il ministro della scuola, perché uno studente di 11 anni ha provato ad accoltellare una prof a Trapani, annunciandolo su TikTok e fi…
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Riecco Giuseppe Valditara sul divieto di accesso ai social per i minori. Dagli studi di Diario del giorno su Rete 4 ha tuonato il ministro della scuola, perché uno studente di 11 anni ha provato ad accoltellare una prof a Trapani, annunciandolo su TikTok e filmando l’atroce gesto (per fortuna senza conseguenze) in diretta su Telegram: “Auspico che il Parlamento possa approvare questa legge, vietando l’utilizzo dei social ai minori di 15 anni”. Ma l’esortazione ad accelerare era arrivata anche dopo i fatti di Trescore (Bergamo) quando una prof fu accoltellata a scuola da un ragazzino di 13 anni.
Disse l’esponente leghista il 26 marzo al Corriere della Sera: “Episodi di violenza come quello di Bergamo scontano l’influenza negativa dei social, lo dimostrano diversi studi internazionali”, dunque lo stop ai minori “non è più rinviabile”. Il ministro era molto preoccupato: “C’è un’esplosione di questo tipo di violenza in tutto il mondo. Un caso in Francia, due insegnanti uccisi in Messico da uno studente che aveva con sé nientemeno che un fucile. I social sono tra le cause scatenanti. La loro influenza può essere devastante per la violenza che contengono e che propagano a ragazzi che non hanno ancora la maturità necessaria per gestire le insidie di questi mezzi”. Eppure non si è mossa una foglia, da allora, a parte il walzer del governo: prima ha annunciato un testo da portare in Consiglio dei ministri, per accelerare data l’urgenza; poi si è rimangiato la promessa e ha rispedito la palla in Parlamento. Dove giace inerte il ddl 1136, firmato da Fratelli d’Italia con il via libera delle opposizioni, già bollinato dalla Commissione europea e pronto per essere approvato: eppure è fermo in Commissione da ottobre 2025, mentre le opposizioni accusano Giorgia Meloni di averlo inspiegabilmente congelato.
Ma ora un nuovo fatto di cronaca, ancora coltelli puntati contro una docente. Non a Bergamo bensì a Trapani, Sicilia. “Non incolpatemi per quello che farò fra quattro ore”: con queste parole sul suo profilo TikTok l’undicenne di San Vito Lo capo aveva annunciato le folli intenzioni. Poi la diretta video all’interno di un gruppo Telegram. E Valditara è tornato ad esprimere paura per gli effetti negativi di internet e dei social: “Il fatto di ieri non sarebbe successo 20 anni fa. Non ci sono soltanto bullismo e aggressioni: ma anche autolesionismo e persino suicidi. (…) Le prime testimonianze ci lasciano pensare che anche questo ragazzino sia stato spinto ad aggredire. E quello che ho letto nei commenti sulle chat che questo bambino frequentava lo invitavano proprio a uccidere”.
Dunque il governo è consapevole dei rischi, ma si limita a passare la palla al Parlamento. La Commissione di Palazzo Madama a sua volta attende i pareri dei ministeri sul ddl 1136, sin da ottobre 2025. Il rischio che la legislatura volga al termine prima di approvare il divieto social per i minori è concreto. Possibile che i giudici siano più celeri: il 19 novembre è stata fissata l’udienza conclusiva della class action contro Meta e TikTok, al tribunale di Milano. Il verdetto potrebbe obbligare le piattaforme a spegnere i profili social di tutti gli italiani, per riattivarli solo dopo la verifica dell’età, per i maggiori di 16 anni. Il 19 novembre è la vigilia della Giornata Mondiale per i Diritti e la Tutela dei Bambini, istituita dall’Onu. “Un segnale forte, quasi simbolico”, ha commentato Antonio Affinita nel comunicato del Moige (Movimento genitori italiani), promotore dell’iniziativa giudiziaria. “Il Tribunale di Milano sarà chiamato a pronunciarsi sulla tutela di 3,5 milioni di bambini italiani tra i 7 e i 14 anni che frequentano illegalmente le piattaforme social”, ha ricordato Affinita. Non si esclude neppure il risarcimento dello Stato, per non aver tutelato i più giovani dagli effetti di Facebook & Co.
In this podcast, I chat with Fabrizio Ferri-Benedetti about what makes documentation beautiful — drawing on Italo Calvino's literary principles of lightness and quickness — the reality of AI review fatigue versus creator fatigue, why most vibe-coded tools are…
Lo Studio Zunarelli evidenzia come due sentenze di Cassazione abbiano recentemente ribadito e rafforzato il principio L'articolo Nell’autotrasporto merci “essenziale la corretta gestione documentale per evitare contenziosi” proviene da Shipping Italy .
Lo Studio Zunarelli evidenzia come due sentenze di Cassazione abbiano recentemente ribadito e rafforzato il principio
Due recenti ordinanze della Corte di Cassazione sono intervenute su nodi centrali del trasporto internazionale di merci su strada e offrono indicazioni operative importanti per vettori, committenti, spedizionieri e assicuratori.
Le decisioni — Cass. civ. n. 5052/2026 e n. 12091/2026 — riguardano l’applicazione della Convenzione Cmr, il principale riferimento normativo per i trasporti internazionali su gomma, e chiariscono aspetti spesso decisivi nei contenziosi: limite risarcitorio, prova della colpa grave, caricamento, stivaggio e valore delle riserve nella lettera di vettura.
“La Cassazione conferma che l’applicazione della Cmr richiede attenzione estrema nella gestione concreta del trasporto e della documentazione” ha osservato l’avvocato Andrea Giardini dello Studio legale Zunarelli. “Non basta richiamare genericamente la Convenzione: procedure interne, controlli e clausole contrattuali devono essere costruiti con precisione”.
La prima ordinanza nasce dallo smarrimento di un collo di prodotti elettronici durante una spedizione internazionale. La Corte chiarisce che, per superare il limite risarcitorio previsto dalla Cmr, non basta che il vettore non sappia spiegare come sia avvenuta la perdita. Serve invece un accertamento concreto della colpa grave, ad esempio valutando circostanze di tempo e luogo, valore della merce, eventuali anomalie nelle soste, carenze di vigilanza o procedure di sicurezza insufficienti.
“La decisione ridimensiona un orientamento molto severo a danno dei vettori, emerso negli ultimi anni” ha spiegato Giardini. “Ma evidenzia anche quanto sia importante, per le imprese di trasporto, poter dimostrare la correttezza delle proprie procedure interne”.
La seconda ordinanza riguarda invece il ribaltamento di due travi metalliche durante un trasporto dalla Francia all’Italia, con danni al semirimorchio del vettore. In questo caso la Cassazione precisa che una clausola generica sul caricamento e stivaggio della merce “a cura del mittente” non estende automaticamente la responsabilità di quest’ultimo anche ai danni subiti dal mezzo.
“È un passaggio rilevante per gli operatori” ha sottolineato Giardini. “Le clausole contrattuali devono distinguere chiaramente il danno alla merce da quello eventualmente arrecato al veicolo, alle attrezzature o a terzi”.
Centrale anche il tema delle riserve nella lettera di vettura Cmr. Se il vettore rileva anomalie evidenti nell’imballaggio, nel caricamento o nello stivaggio, deve formularle in modo specifico, motivato e formalmente accettato dal mittente. In caso contrario, eventuali contestazioni successive rischiano di perdere efficacia.
Le due pronunce rappresentano quindi un richiamo alla necessità di rafforzare modulistica, controlli e tracciabilità delle spedizioni. “In un mercato caratterizzato da carichi sempre più complessi e merci ad alto valore — ha concluso Giardini — la corretta gestione documentale diventa essenziale per prevenire contenziosi e responsabilità”.
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Il 31enne che il 16 maggio scorso si è lanciato in auto contro i passanti nel centro di Modena non risulta, allo stato degli atti, né un terrorista né un soggetto incapace di intendere e di volere. Ed è opportuno chiarirlo subito, perché attorno alla vicenda …
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Il 31enne che il 16 maggio scorso si è lanciato in auto contro i passanti nel centro di Modena non risulta, allo stato degli atti, né un terrorista né un soggetto incapace di intendere e di volere. Ed è opportuno chiarirlo subito, perché attorno alla vicenda si è già addensata quella tipica nebbia emotiva che accompagna ormai qualsiasi episodio di violenza collettiva: da una parte la corsa compulsiva all’etichetta del “terrorismo”, dall’altra il riflesso quasi automatico di derubricare tutto a “follia”.
La Procura di Modena ha contestato strage e lesioni aggravate, escludendo però — almeno finora — finalità di terrorismo. E la ragione è tecnica: il terrorismo richiede un disegno ideologico coerente diretto a intimidire la popolazione o a condizionare i poteri pubblici. Elemento che, allo stato, non emerge.
Secondo gli inquirenti, l’uomo avrebbe investito i passanti in maniera deliberata, ma in un quadro definito disorganico e privo di collegamenti con gruppi strutturati. Né risultano, finora, elementi idonei a sostenere una incapacità di intendere e di volere tale da escludere la responsabilità penale. Secondo le cronache dell’udienza di convalida, il Gip avrebbe anzi escluso l’emersione di elementi compatibili con una abolizione delle facoltà psichiche dell’indagato.
E questo punto è molto più importante di quanto sembri. Perché il dibattito pubblico italiano continua ostinatamente a ragionare per caricature: o il “terrorista” o il “pazzo”. Come se non esistesse un’immensa zona grigia composta da soggetti disturbati, ossessivi, paranoici, rabbiosi o squilibrati che restano tuttavia perfettamente capaci di comprendere il significato delle proprie azioni e quindi pienamente responsabili dei propri atti.
Ed è qui che la vicenda assume contorni giuridicamente molto più complessi di quanto il dibattito pubblico lasci intendere. Perché, se davvero l’azione dovesse essere qualificata come dolosa — e cioè intenzionalmente diretta a travolgere i passanti — si aprirebbe immediatamente una domanda ineludibile: chi risarcisce le vittime?
L’opinione comune tende infatti a ragionare in modo intuitivo: gesto volontario uguale assicurazione che non paga. Ma il sistema della responsabilità civile automobilistica funziona in modo assai meno istintivo e molto più tecnico. La giurisprudenza, da anni, tende infatti a distinguere nettamente la posizione dell’autore del fatto da quella del terzo danneggiato, privilegiando quest’ultima. E ciò anche in presenza di sinistro doloso. La Cassazione penale (sent. n. 44165/2009) ha affermato che la garanzia RC auto opera “anche nel caso in cui il danno venga provocato con dolo”. Nella stessa direzione il Tribunale di Napoli (sez. II, sent. n. 2766/2016), secondo cui le limitazioni della copertura “non sono opponibili al terzo danneggiato”, e il Tribunale di Bari (12 gennaio 2009), che ha escluso qualsiasi distinzione tra fatti dolosi e colposi nella RC auto obbligatoria. Ma il principio è stato ribadito di recente soprattutto dalla Cassazione civile n. 10394 del 17 aprile 2024: “A tale principio, pertanto, va dato ulteriore seguito, con la precisazione che esso presuppone, pur sempre, l’esistenza di un fatto riconducibile alla nozione di ‘circolazione’, sebbene intesa nel significato minimale di ‘movimento del veicolo’”.
Tradotto dal giuridichese: nel sistema della RC auto obbligatoria conta soprattutto tutelare il terzo danneggiato, fermo restando il diritto della compagnia di rivalersi sull’autore del fatto. Ma tutto questo presuppone che il conducente resti imputabile e civilmente responsabile. Se invece una futura perizia dovesse accertare una reale incapacità di intendere e di volere al momento del fatto, il quadro cambierebbe radicalmente: il sinistro potrebbe infatti scivolare nell’area del caso fortuito legato a un evento patologico improvviso, come un malore o un ictus, con possibili ricadute anche sul piano della responsabilità civile e del risarcimento. Non a caso l’art. 2046 c.c. stabilisce che “non risponde delle conseguenze del fatto dannoso chi non aveva la capacità d’intendere o di volere al momento in cui lo ha commesso”, salvo che lo stato d’incapacità derivi da sua colpa.
Ed è qui che affiora una domanda inevitabile: fino a che punto il sistema della RC auto obbligatoria tutela davvero il terzo innocente quando il danno deriva non da dolo o colpa, ma da un evento patologico totalmente imprevedibile? Questione tutt’altro che teorica, perché la convinzione secondo cui “tanto paga sempre l’assicurazione” è molto meno solida di quanto si creda.
Forse è proprio questo il punto che il caso Modena costringe a guardare senza ipocrisie: il sistema della RC auto obbligatoria sembra ormai costruito per assorbire quasi tutto — colpa, dolo, perfino certe forme di violenza intenzionale — ma continua a mostrare crepe profonde davanti al puro caso fortuito. E allora la domanda, prima ancora che giuridica, diventa civile: davvero le vittime della sfortuna meritano meno tutela delle vittime dell’illegalità?
📰 il Nord Est📅 2026-05-31📍 TriesteitAria · inquinamentoElettrificazione · cold ironing
L’esperto: «Il porto elettrificato? Serve una potenza simile al consumo della città di Trieste» il Nord Est
Ottanta megawatt: è il fabbisogno futuro per elettrificare completamente il porto di Trieste. Poco meno dei 110 megawatt che l’intera città consuma nei momenti di picco. «È come raddoppiare l’infrastruttura elettrica di una città», spiega Giorgio Sulligoi, professore di sistemi elettrici per l’energia all’Università di Trieste. Per portare questa potenza serve un rinforzo massiccio della rete: dalla nuova linea Terna da Duino al potenziamento della distribuzione locale di AcegasApsAmga.
Giorgio Sulligoi, docente di sistemi elettrici all’Università di Trieste
La sfida non è attaccare una presa a una nave. È portare l’energia fino a lì e gestirla in modo flessibile. «Solo per la Stazione marittima servono tra 20 e 30 megawatt per alimentare due navi passeggeri contemporaneamente», spiega Sulligoi. «Con l’elettrificazione si eliminano completamente le emissioni locali. E anche il rumore dei motori». Una nave da crociera ferma in porto per dieci ore risparmia così emissioni pari a quelle di 14.000 automobili in un giorno.
Smart Grid, due trasformatori da oltre 50 tonnellate arrivano di notte alla cabina primaria di Roiano La redazione Il trasporto eccezionale, avvenuto in orario notturno per limitare i disagi, ha attraversato le vie strette del quartiere. L’arrivo dei trasformatori si inserisce nel più ampio intervento di ristrutturazione della cabina primaria di Roiano, completamente rinnovata per sostenere l’evoluzione dei consumi elettrici urbani e portuali nell’ambito del progetto Smart Grid
L’Università di Trieste è dentro questo processo da anni. Con il progetto Egrebuty hanno sviluppato modelli di simulazione delle reti portuali, validati grazie a Smart Campus, il dimostratore di reti intelligenti del campus di via Europa. Ora UniTs è coinvolta nel progetto Smart Grid per il potenziamento della rete e usa Etef, la facility realizzata con Wärtsilä e Fincantieri, per testare sistemi a scala industriale. È proprio qui che sono stati testati i superconduttori e i supercapacitori del progetto europeo V-Access (5 milioni di euro, 14 partner), passando da prototipi a sistemi da centinaia di chilowatt.
Elettrificazione del porto di Trieste: espropri lungo 23 chilometri La redazione Il tracciato di Terna parte da Duino Aurisina fino alla cabina primaria di Roiano. Nell’iter le particelle interessate: le osservazioni dei proprietari entro 30 giorni
Il vero tema, secondo Sulligoi, non è tecnico ma gestionale. «Bisogna guardare alla rete elettrica come a un sistema flessibile. Possono arrivare navi più grandi, picchi improvvisi». Servono tecnologie per l’accumulo: supercapacitori per sbilanciamenti rapidi, superconduttori dove c’è poco spazio, batterie per energia di lunga durata. La rete diventa anche una rete dati.
Il punto critico è chi gestirà tutto. «Serve un gestore che controlli l’intero sistema e che conosca le esigenze del porto e il mezzo navale». Non è ancora chiaro chi sarà: il distributore cittadino, una cabina di regia portuale, i terminalisti o un soggetto nuovo. Altro nodo: le tariffe. «Va chiarito se ci sarà una tariffa agevolata per gli armatori, o un sistema misto con incentivi e penali per chi tiene i motori accesi». Il costo dell’energia in Italia rende difficile convincere gli armatori ed è necessario definire un quadro regolatorio chiaro. «Sulla portualità sarebbe interessante fare da apripista».
Tutto questo richiede competenze nuove: ingegneri e tecnici specializzati. «Servono persone preparate sull’elettronica di potenza, sull’automazione avanzata, sulle medie e alte tensioni, sui sistemi isolanti». L’Università di Trieste forma queste figure, «ma sono troppo poche rispetto alle richieste del mercato», ammette Sulligoi. «Le opportunità di lavoro ci sono: nella distribuzione, nella logistica, nel settore navale. Crescono i traffici, crescono i terminal e le infrastrutture».
di Andrea Spinelli Da diversi anni a questa parte, prima ancora della circolare di Valditara che ne ha vietato esplicitamente l’uso, nella maggior parte delle scuole elementari e medie i telefonini non sono ammessi. Eppure chi come me lavora nel mondo dell’ed…
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di Andrea Spinelli
Da diversi anni a questa parte, prima ancora della circolare di Valditara che ne ha vietato esplicitamente l’uso, nella maggior parte delle scuole elementari e medie i telefonini non sono ammessi. Eppure chi come me lavora nel mondo dell’educazione si trova sempre più spesso a spendere tempo e risorse crescenti per cercare di tamponare i gravi problemi psicologici e relazionali generati dall’abuso di smartphone e social network che, pur avvenendo in larghissima parte fuori dalla scuola, ha pesanti ricadute sulla vita scolastica di bambini e adolescenti.
È una sorta di emergenza continua. Negli ultimi tempi per giunta abbiamo avuto modo di osservare un’ulteriore radicalizzazione del linguaggio e dei messaggi che circolano fra i ragazzi. I meme sono diventati più aggressivi. I contenuti violenti, sessisti, razzisti, addirittura fascisti e nazisti, diventano facilmente virali, con tutto il carico di banalizzazione che ciò comporta. L’avvento dell’IA ha persino consentito ai fenomeni di cyberbullismo di essere attuati con tempistiche fulminee e formati ancora più offensivi.
Al contrario di quanto si ostinano a fare alcuni influencer progressisti, non ha quindi alcun senso limitarsi a pretendere che le scuole educhino al “corretto uso” del malsano combinato di smartphone e social. Troppo preoccupante l’impatto sui processi di sviluppo neuro-psichici, troppo diffusi i comportamenti deleteri messi in atto al solo scopo di essere filmati e postati, troppo forte, prolungata e immersiva la relazione di dipendenza dopaminergica che, in maniera tutt’altro che casuale, questi dispositivi instaurano con bambini e adolescenti. Troppo per pensare di arginare questo tsunami con laboratori didattici, life skills, sportelli psicologici e qualche intervento della polizia postale. Tutte strategie per altro già attuate da anni, con risultati, almeno su questo versante, apparentemente irrilevanti. La sensazione, per chi ogni giorno cerca di contrastare questi fenomeni sul piano educativo, è quella di svuotare il mare con un cucchiaino.
Questo ovviamente non vuol dire voler privare i ragazzi di una didattica digitale. Anzi, non solo la didattica digitale è fondamentale, ma per essere attuata in modo sicuro ed efficace ha bisogno di altri strumenti, meno promiscui dello smartphone e più funzionali al mantenimento dello sforzo attentivo.
È infatti sbagliato continuare a parlare di smartphone e social network come se fossero dispositivi neutri. Le big tech da cui sono gestiti agiscono con l’evidente proposito di monitorare e condizionare opinioni, relazioni, consumi e comportamenti. Proteggere le nuove generazioni non significa quindi illuderle di poter utilizzare in modo salutare strumenti di controllo progettati apposta per creare assuefazione, ma stabilire per legge un rigoroso limite di età per poter accedere a social e dispositivi portatili con connessione e fotocamera.
Il fatto che così tante famiglie appaiano insensibili a questa piaga sociale, il fatto che governo e Parlamento, pur avendo fotografato il problema in relazioni drammatiche, non legiferino di conseguenza, sembra la spia evidente del declino di una società.
È quindi necessario respingere la perniciosa retorica giovanilistica che afferma che il divieto non è mai la soluzione. Esistono nella realtà numerosi strumenti il cui accesso è regolato da rigorose norme legate all’età. Nessuno si sogna di far guidare un’automobile a un bimbo di dieci anni. Questo perché, ovviamente, l’automobile è uno strumento troppo pericoloso per chi non ha raggiunto un determinato stadio di maturità psicofisica. Un discorso analogo va quindi affrontato con urgenza anche per il dispositivo combinato di smartphone e social network. Si tratta di un importante cambiamento di orizzonte culturale, di portata non inferiore all’introduzione dell’obbligo della cintura di sicurezza o al divieto di fumo nei locali pubblici. Ma c’è di mezzo la salute delle nuove generazioni. E siamo già molto in ritardo.
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Da un racconto apocrifo di Jean Paulhan. Al Cochon Bleu, la più rinomata topaia di Montmartre, lo chansonnier Robert Greslou faceva ogni sera strage di cuori. Alto e bruno come un bastone di liquirizia, le labbra più rosse dei vessilli socialisti, gli occhi b…
NON C'È DI CHE - Il suo modus operandi era collaudato: conservava un'eletta al massimo per tre giorni, quindi la congedava. In questo gioco pericoloso chiunque altro avrebbe rischiato, come minimo, il vetriolo. Non Greslou
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Da un racconto apocrifo di Jean Paulhan. Al Cochon Bleu, la più rinomata topaia di Montmartre, lo chansonnier Robert Greslou faceva ogni sera strage di cuori. Alto e bruno come un bastone di liquirizia, le labbra più rosse dei vessilli socialisti, gli occhi brillanti come diamanti neri, Greslou aveva una voce languida che tutte le frequentatrici del locale trovavano irresistibile. E quando, verso mezzanotte, dopo aver spennato all’ecarté l’ennesimo pollo, si metteva a tubare il suo repertorio di stupidità sentimentali, le donne disponibili lo attorniavano per ascoltarlo a bocca aperta.
“Robert parla all’anima” commentava la cassiera, che situava l’anima a metà del corpo. Ognuna desiderava diventare la sua amante, pur essendo noto che le sue follie amorose non gli costavano un soldo. “Al contrario”, insinuavano le malelingue. Il suo modus operandi era collaudato: conservava un’eletta al massimo per tre giorni, quindi la congedava. In questo gioco pericoloso chiunque altro avrebbe rischiato, come minimo, il vetriolo. Non Greslou, che continuava a cantare al Cochon bleu senza che nessuna vittima tornasse a rinfacciargli la sua scelleratezza. Perché Greslou usava un trucco.
Aveva comprato, a un prezzo modico, un letto celebre. Proveniva dalla liquidazione del patrimonio di una cortigiana, Claudine-Marie Regnault, uccisa in quello stesso letto da un cliente, Henri Pranzini, il quale, per impossessarsi dei suoi gioielli, non aveva esitato a ucciderne anche la cameriera e la figlia di nove anni. Pranzini fu catturato dopo la denuncia di una maitresse: s’era messo a pagare le marchette con gioielli, insospettendola. All’esecuzione seguì un altro scandalo quando un funzionario della Sureté fece conciare l’epidermide di Pranzini, ricavandone due portacarte in pelle.
In quel letto famigerato, Greslou dormiva regolarmente; e per sbarazzarsi di un’amante non doveva far altro che confessargliene la provenienza. L’effetto era infallibile: la poveretta, terrorizzata, trovava i pretesti più bizzarri per andarsene e non tornava più.
Bizzarria nella bizzarria, tutte tacevano con le altre spasimanti. Le divertiva l’idea che lo stesso brivido di paura passasse anche per le loro vertebre? Tutto è possibile. Cantandole Les feuilles mortes, una sera Greslou riuscì a conquistare anche la ballerina Lulù Maquard, una bruna che si tingeva di rosso. Sapendo che la donna era rinomata per l’incandescenza del temperamento (tre dei suoi amanti erano morti durante un amplesso), Greslou s’era ripromesso di congedarla il giorno dopo. Infatti, all’ora della cioccolata mattutina, mentre Lulù, piena di riconoscente emozione, gli si serrava al petto mormorando che era felice, il proprietario del letto di Pranzini rispose che al contrario doveva andarsene subito, e che la cosa non avrebbe avuto un seguito.
Il ruggito di una tigre sarebbe parso un vagito da lattante in confronto all’urlo di Lulù dopo quelle parole. Ma Greslou non vi fece caso, sicuro dell’effetto: “Hai mai sentito parlare di Henri Pranzini?” “Certo. Ma che c’entra, adesso?” “C’entra eccome! Ti sei coricata nel letto dove sgozzò due donne e una bambina”. Gli occhi di Lulù s’accesero di una luce perversa: “Stai scherzando?” Calmo, Greslou si levò, prese da un cassetto la ricevuta d’acquisto e la tese alla bella incredula senza dir parola. Lulù esaminò la ricevuta. Le sue labbra si piegarono in una specie di sorriso silenzioso. Quindi gettò la carta e lo tirò a sé: “Tesoro! In questo letto il nostro amore sarà meraviglioso!”.
Greslou tentò di respingerla, ma dopo una breve lotta dovette cedere. Si ritrovò tra le braccia di una furia: l’evocazione del mobile storico aveva ottenuto l’effetto contrario, sovreccitando i sensi della donna. La cameriera lo trovò morto nel letto il giorno dopo.
Il romanzo dell’avoriano Ahmadou Kourouma (1927-2003) è stato tradotto in italiano nel 2012 col titolo Allah non è mica obbligato. Ricordo di averlo letto durante il mio soggiorno in Liberia, alla conclusione della lunga guerra (in)civile che ha insanguinato …
Il romanzo dell’avoriano Ahmadou Kourouma è stato tradotto in italiano col titolo "Allah non è mica obbligato". Romanzo e realtà sono parte della stessa sceneggiatura
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Il romanzo dell’avoriano Ahmadou Kourouma (1927-2003) è stato tradotto in italiano nel 2012 col titolo Allah non è mica obbligato. Ricordo di averlo letto durante il mio soggiorno in Liberia, alla conclusione della lunga guerra (in)civile che ha insanguinato il Paese per 15 anni. Lo scritto segue le vicende di Birahima, bambino-soldato come espediente narrativo per mettere in scena ambiguità, sciagure e poteri in alcuni Paesi dell’ Africa Occidentale. Li ho visti passare uno dopo l’altro. Bambini armati di un AK 47 più grande di loro che ci fermavano in tutta serietà ai check points. Il parallelo commercio di armi e diamanti tra gruppi ribelli e le forze internazionali di stabilizzazione. L’esportazione di tronchi di legno e i molteplici ‘signori della guerra’ che profittavano dell’assenza dello Stato. Il romanzo e la realtà sul terreno facevano parte della stessa sceneggiatura e, alla fine, non si sapeva dove finiva l’uno e cominciava l’altro. D’improvviso poi scese la pace dei bambini-soldato si perse la traccia. Alcuni percorsi di accompagnamento e reinserzione della vita civile e poi più nulla.
“Dio(Allah) non è obbligato ad essere giusto in tutte le cose di quaggiù” ritorna come motivo nel romanzo citato. D’altra parte tra i due, Dio e l’Africa, non si sa bene chi comanda. Da una parte c’è la tendenza a rendere Dio innocente di ogni tragedia che inevitabilmente arriva, prima o poi anche nelle migliori famiglie. Dall’altra nulla accade senza che Egli, dall’alto, non voglia. I migranti che passavano da Niamey per andare in Algeria, Libia o altrove sapevano bene che tutto dipendeva da Dio. “Se Dio vuole”, dicevano, anche quando la certezza di essere derubati, arrestati, picchiati, spesso violentati e infine espulsi era messa nel programma. D’altra parte, appunto, Dio non è mica obbligato ad essere giusto in tutte le cose di quaggiù. Così per un lavoro, un viaggio, un progetto, una malattia, un matrimonio o, semplicemente, i raccolti di stagione e le piogge annuali. Si prega, si offrono, talvolta, sacrifici e nel caso non si fosse esauditi si dirà che, con ogni probabilità, senza la preghiera tutto sarebbe andato ancora peggio di com’è andata. Lo stesso occorre per le feste religiose.
Dopo 14 anni di permanenza nel Niger non potrò assistere alla celebrazione della Tabaski o del sacrificio dell’agnello. In ricordo del figlio di Abramo, Ismaele per il Corano, libro santo dell’Islam, o Isacco per la Bibbia. Com’è noto l’uccisione del figlio è stata sostituita da quella di un capro. Ricordo come lungo alcune strade della capitale Niamey e più sovente nei cortili, si allestivano i legni per arrostire a fuoco lento gli animali sgozzati il giorno della festa. Dio non è mica obbligato ma, con ogni probabilità, sarà celebrata martedì o mercoledì prossimo, a seconda della luna o di altro tipo di calendario. La Tabaski inizia con una preghiera speciale alla moschea o in piazze pubbliche cui segue il sacrificio prescritto. La carne dell’animale è di norma divisa in tre parti eguali. Una per la famiglia, l’altra per i vicini o amici e la terza parte per le persono bisognose. Per qualche giorno l’aria della città, alla fine della stagione secca, è una mescolanza di fumo di arrosto e aromi di polvere. I bambini vanno in giro con occhiali da sole colorati e, malgrado la crisi economica, indossano i vestiti nuovi da festa.
Non so da altre parti. Sono però certo che in Africa Dio non è obbligato ad essere giusto in tutte le cose di quaggiù. Altrimenti sarebbe difficile spiegare le guerre, le carestie, le città che prosperano, una classe ricca sfondata e poi la miseria sotto casa. I milioni di sfollati, profughi e poi le ricchezze del sottosuolo che non arrivano dove avrebbero dovuto. Forse lo stesso Dio, accortosi del problema, è diventato ostaggio del Continente e cerca di fare quello che può per salvare la sua reputazione divina. Intanto un film di animazione dal titolo Allah in not obliged – Dio non è obbligato è stato prodotto nel Lussemburgo l’anno scorso e si trova disponibile nelle sale cinematografiche quest’anno. Scommetto che Dio assisterà alla proiezione, in incognito, tra gli spettatori.
Genova, maggio ’26
Nelle prossime settimane in borsa se ne vedranno delle belle: SpaceX, OpenAI e Anthropic usciranno sul mercato. Mai successo che tre supergiganti decidessero simultaneamente di raccogliere i frutti (monetari) del loro lavoro. Analisti e investitori si domanda…
Sommati, fanno più del PIL dell'Italia, della Spagna e dell'Olanda messi insieme. Da dove arriveranno le risorse per la quotazione? La risposta è semplice: dai fondi di investimento
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Nelle prossime settimane in borsa se ne vedranno delle belle: SpaceX, OpenAI e Anthropic usciranno sul mercato. Mai successo che tre supergiganti decidessero simultaneamente di raccogliere i frutti (monetari) del loro lavoro. Analisti e investitori si domandano cosa accadrà. Le quotazioni sono da capogiro: SpaceX potrebbe valere quasi 2.000 miliardi di dollari, OpenAI viaggia verso i 120-130 miliardi, Anthropic si attesta sui 60-65 miliardi. Sommati, siamo intorno ai 2.200 miliardi di dollari. Per capirci: è più del PIL dell’Italia, della Spagna e dell’Olanda messi insieme.
Non è possibile rastrellare fuori dal mercato tanta nuova liquidità e quindi ci si chiede da dove arriveranno i soldi? La risposta è semplice: dai fondi di investimento già esistenti, inclusi i fondi pensione. Quelli norvegesi, olandesi, canadesi, e sempre di più anche quelli italiani e francesi, perché i gestori sono sempre alla ricerca di rendimenti.
L’accesso dei fondi europei non sarà però diretto. Il consorzio di banche che gestirà l’uscita sul mercato di Space X, ad esempio, non include nessuna banca europea. Ciò significa che i risparmi di pensionati e risparmiatori europei verranno incanalati automaticamente in questi titoli, attraverso i grandi fondi e gli ETF (Exchange Traded Funds), una bella fetta di quei soldi se ne andrà in commissioni e sovrapprezzi alle banche americane.
Stabilito che noi europei pagheremo i titoli più degli americani di quali pacchetti azionari ci libereremo per acquistarli? Oggi, se un fondo di investimento (pensione, hedge fund, banca) vuole scommettere sull’intelligenza artificiale, ha un solo modo serio per farlo: comprare azioni di Nvidia. È l’unico titolo che rappresenta l’AI in modo puro e liquido. Ma dopo questi ingressi in borsa (IPO), i fondi potranno comprare direttamente OpenAI, Anthropic o SpaceX. E gli investitori, lo sappiamo, amano la storia diretta. Preferiscono possedere il cavallo che la staffa.
Cosa potrebbe succedere? Per comprare i nuovi titoli, i gestori venderanno i titoli che hanno già reso tanto e che sono diventati, come si dice nel gergo, “pesanti”. Nvidia, in questo momento, è pesantissima: da sola vale più di tutto il mercato azionario tedesco. È un macigno. Quindi molti fondi, e non solo quelli europei ma anche quelli americani, per fare spazio a SpaceX, OpenAI e Antropic, alleggeriranno Nvidia. Non perché Nvidia sia un cattivo investimento, ma perché è troppo presente.
Il problema è che tutto il settore tecnologico è “troppo presente”. Alcuni strateghi di grandi banche americane (Bank of America, Goldman Sachs) hanno già lanciato l’allarme: la concentrazione del mercato azionario Usa è oggi intorno al 40 per cento con pochissimi nomi tech (Apple, Microsoft, Nvidia, Amazon, Meta). Dopo queste IPO, potrebbe salire al 48-50 per cento. Livelli che storicamente hanno preceduto bolle come quella del 1929 o del 1999.
Siamo a ridosso della bolla? In fondo stiamo scommettendo sul futuro di queste imprese. OpenAI oggi vale 120-130 miliardi di dollari, ma brucia centinaia di milioni al mese. Non ha ancora un modello di business stabile. L’abbonamento a ChatGPT costa 20 dollari al mese, ma mantenere il servizio costa molto di più. SpaceX ha quasi 50 miliardi di dollari di perdite accumulate. Cinquanta miliardi. Più del PIL della Slovenia, della Lituania e della Lettonia messe insieme. È vero che ha contratti con la NASA e con i militari, ma i razzi sono ancora un business ad altissimo rischio. Un’esplosione in volo e la fiducia crolla insieme al razzo. Anthropic fattura 40-50 miliardi di dollari l’anno, che è tantissimo. Ma la sua valutazione è così alta che basterebbe un piccolo rialzo dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve per farla crollare del 30-40 per cento. Perché le aziende tecnologiche senza utili solidi soffrono tantissimo quando i tassi salgono. E i tassi, prima o poi, saliranno.
Morale: mentre i fondi pensione europei e i piccoli risparmiatori inseguono il sogno del “prossimo Google”, il rischio vero è che queste mega-IPO siano in realtà l’ultimo grande colpo prima che la musica finisca. Ed ecco cosa potrebbe succedere: quando la liquidità (i soldi a buon mercato) si stringerà, perché prima o poi succederà, questi titoli da migliaia di miliardi potrebbero rivelarsi castelli di carta.
📰 La Nazione📅 2026-05-31📍 La SpeziaitAria · inquinamentoClima · decarbonizzazioneElettrificazione · cold ironing
Bocconiano con l’anima green: "Il porto è un luogo amico. Crea valore aggiunto per tutti" La Nazione
La funzione aziendale dedicata alle tematiche Esg in Contship nasce due anni fa per strutturare tutte le iniziative messe in campo dal Gruppo in questo ambito. Oggi il Team Esg è guidato dalla responsabile Denise Sofia. Elia Faggiani, 29 anni, fa parte del team e ricopre la figura di Esg specialist. Nel suo ruolo, supporta tutte le iniziative in ambito non solo ambientale, ma anche sociale e di governance. Piemontese, ma abita a Milano, Faggiani ha una laurea triennale in Economia e Management per l’arte, la cultura e la comunicazione all’Università Bocconi, dove si è anche specializzato in Economia e Management per l’innovazione e la tecnologia, che gli ha permesso di approfondire il ramo della green economy.
Per lui, il porto è un "luogo amico" capace di creare valore aggiunto nella vita delle persone. Specialmente in realtà come quella spezzina dove le attività portuali sono inglobate nella città e, dunque, investire nel processo di decarbonizzazione e in forme più sostenibili di trasporto è diventata una necessità per migliorare le condizioni di vita dei cittadini e nel rispetto dell’ambiente circostante.
"Il settore della logistica portuale sta dedicando sempre più attenzione e risorse ai temi della sostenibilità – spiega Faggiani –. Perciò lavorare in questo settore è un’opportunità estremamente interessante per i giovan, ma anche sfidante poiché ha un impatto globale e che muove il mondo".
In questo senso, il processo di cold ironing al porto della Spezia "avrà un doppio impatto positivo: abbatterà sia il rumore che le emissioni inquinanti. Inoltre, nel più breve tempo possibile vorremmo aumentare i mezzi alimentati con biocarburanti e successivamente procedere con la sostituzione di tutti i vecchi mezzi".
Un altro aspetto del suo lavoro è legato al community e people engagement. "Come funzione/team Esg, non cerchiamo solo soluzioni volte a ridurre l’impatto ambientale delle attività del terminal, ma promuoviamo anche interventi tesi a migliorare il nostro impatto sulle persone che lavorano in Contship. Collaboriamo a stretto contatto con i colleghi del dipartimento risorse umane con l’obiettivo di sviluppare politiche e iniziative orientate all’inclusione. In particolare, ci impegniamo a favorire la parità di genere e l’inclusione di persone con disabilità. "L’azienda ha costituito comitati dedicati che si occupano di promuovere un linguaggio inclusivo sul posto di lavoro oppure singole iniziative volte a migliorare il benessere delle nostre persone".
Infine, c’è l’aspetto di community engagement nelle aree in cui opera Contship. "Siamo impegnati a costruire nuove collaborazioni sinergiche con le associazioni e le Ong locali per creare un impatto positivo nel territorio in cui operiamo e non solo. Alla Spezia, molti dipendenti sono già attivi mettendo a servizio il proprio tempo per svolgere attività di volontariato con Caritas e Angsa. Stiamo lavorando per consolidare e strutturare ulteriormente queste iniziative, affiché possano crescere nel tempo e tradursi in un contributo tangibile per la comunità".
Por Redacción PortalPortuario @PortalPortuario La empresa turca Yilport sumó -entre enero de 2025 y febrero de 2026- un total de La entrada Ecuador: Yilport suma 11.7 millones de dólares invertidos en su terminal de Puerto Bolívar se publicó primero en PortalPortuario .
The Signal Nomad HT-HD01 Network Bridge (aka “HaLow Dongle” or “Field Unit”) can be used to extend a wireless network by as much as a kilometer via the use of access point and end station transmitter/receiver units. These units — typically deployed in pairs —…
The Signal Nomad HT-HD01 Network Bridge (aka “HaLow Dongle” or “Field Unit”) can be used to extend a wireless network by as much as a kilometer via the use of access point and end station transmitter/receiver units. These units — typically deployed in pairs — can be used in a remote location equipped with only Starlink or DSL Internet andnocellular coverage in order to extend a wireless signal beyond the range of traditional Wi-Fi. I am not highly skilled in the use of electronic communications devices. But even I was able to quickly and easily connect the Network Bridge in order to extend my wireless Internet connectivity from my home to my pole barnand beyond. If you want to extend the reach of your Internet connection without stringing wire, then this equipment may be of interest to you. The Network Bridge is manufactured by Heltec in China, and was available at the time of this writing for $199 atSignalNomad.net. (Full disclosure: Signal Nomad is a SurvivalBlog advertiser. The company is owned by a relative of SurvivalBlog’s Senior Editor James Wesley, Rawles.) I recently received an e-mail message from JWR letting me know that a Signal Nomad Network Bridge was on its way for me to for review. Not long afterward, a 14.5 x 9 inch heavy brown paper envelope arrived in my mailbox via USPS Parcel Select. The envelope contained a 8.75 x 4 x 1.63 inch product box enclosed in a resealable plastic bag. The box contained a manual, an access point Field Unit, a matching station unit, two USB-C cables, two short RJ45 cables, and two antennae. The eight-page manual featured a number of items of helpful information: — Illustrations clearly identified the various parts of each unit.— Charts provided information about the meaning of variously colored lights.— It provided a link to a more comprehensive user manual online. That particular link was no longer active. But I found that the correct current link instead washttps://docs.heltec.org/en/wifi_halow/ht-hd01/index.html.— The units are not waterproof and have onlyIP65 dust and water resistance. (The IP65 nomenclature refers to full dust resistance but water Ingress Penetration resistance for just “occasional splashes.”) So they need to be used in a dry location not subject to condensation.— The units can be used from -4 to +158 degrees Fahrenheit. This means that my pole barn may be too cold to house the station unit at times during the coldest weeks of winter. First, I screwed an antenna onto the access point unit. Then, I took a USB power supply that I had purchased at a thrift store many years ago. I connected the power supply to the access point unit using a USB-C cable. Next, I connected the access point unit to the router in the basement using a RJ45 cable and plugged the USB power supply into an electrical outlet. A red LED began to flash on the access point unit, indicating that the unit was booting up. Next, I screwed an antenna onto the base station unit. Then I plugged the station unit into a power bank battery using a USB-C cable. A red light began to flash on the station unit, indicating that it too was booting up. By this time, the light on the access point unit was solid green, indicating that the unit was connected to the Internet. Within a minute, the light on the station unit was also solid green, indicating that the station unit was also connected to the Internet. I opened the Internet connection window on my Android phone. There, I found the SSID for the station unit. I clicked on that SSID, entered the password supplied in the manual, and connected my phone to the Internet via the Network Bridge. I went online and performed an Internet speed test on the network bridge. It indicated a download speed of 10.3 Mbps and an upload speed of 10.9 Mbps. The speed when the phone is connected directly to the router via Wi-Fi is typically about 75 Mbps download and 11 Mbps upload. I then put on a bug jacket and took the station unit connected to the power bank, my phone, an ink pen, and a pad of paper, and ventured out into the wild. This would be a very down and dirty test, because the access point unit was located in the basement, which is aterribleplacement in terms of signal propagation. The location is so poor that our router, which is located there, has trouble propagating a Wi-Fi signal throughout the house. In fact, the signal propagation is so poor that I needed to add a Wi-Fi booster on the second floor in order to extend the signal to the upstairs guest room. In any case, I made my way into the edge of the woods 100 paces from the house. Swarms of mosquitoes quickly beset me from all sides. The bug jacket protected me from most of their attacks, except that I had not worn gloves. It is impossible to utilize the touch screen on the phone while wearing gloves. The mosquitoes quickly exploited this opening, requiring my hands to keep busy swatting mosquitoes while simultaneously holding the station unit, using the touch screen on the phone, and writing notes on the pad of paper. My penmanship suffered accordingly. I was at least able to clip a carabiner to connect the power bank to my belt, leaving me with one less item to juggle. My location in the edge of the woods placed the pole barn between me and the house. In spite of the additional obstacle presented by this mass of steel, an Internet speed test indicated a download speed of 3.89 Mbps and an upload speed of 4.23 Mbps. I moved an additional 100 paces away from the house, cresting the ridge of a low hill and making my way down into the lowland beyond. The swarms of mosquitoes grew even thicker. An Internet speed test indicated a download speed of 0.68 Mbps and an upload speed of 1.01 Mbps. I made my way still another 100 paces away from the house, walking along the shore of a swampy area. At almost exactly 300 paces from the house, the signal finally petered out completely. In spite of concrete basement walls, barn steel, a hill, and thick foliage, the signal was able to carry for almost 300 paces. I would have been impressed with just a usable signal in the barn. For the second test, I tried to create better conditions for signal propagation. I borrowed some longer RJ45 cables from the church office. I strung one of them from the router in the basement, along the ceiling of the basement to the stairwell. I then ran the cable up the stairwell. At the top of the stairwell, I attached a female to female RJ45 cable. I then ran that cable from the stairwell to the kitchen window that faces the front yard and the driveway. Finally, I used one of the short RJ45 cables that came with the Network Bridge to connect the female RJ45 cable to the access point unit. Next, I ran a long USB-C cable from the access point unit to an outlet in the kitchen that was equipped with a USB outlet. The light on the access point unit started blinking red. Next, I connected the station unit to the power bank. The light on the station unit started blinking red. By this point, the light on the access point unit had turned green, indicating an Internet connection. Soon, the light on the station unit also turned green. I ran a speed test on my household Wi-Fi connection. The download speed was 75.0 Mbps. The upload speed was 11.3 Mbps. I then connected my Android phone to the station unit. The download speed in the kitchen within six feet of the access point unit was 10.1 Mbps. The upload speed was 10.6 Mbps. I went outside and walked 100 paces over the front porch, down the front steps, across the front lawn and down the driveway. At that point the download speed was 8.16 Mbps. The upload speed was 8.10 Mbps. As I continued another 100 paces, the driveway curved and thick woods came between me and the house. At that point the download speed dropped to 1.17 Mbps. The upload speed was 4.32 Mbps. I continued another 100 paces down the driveway. At that point the download speed was 0.09 Mbps. The upload speed was 0.37 Mbps. I continued across the road and into the farmer’s field on the other side. The signal was lost just as I reached 100 paces. So, with fairly dense woods between the access point unit and the station unit, range was extended from approximately 300 to 400 paces. Achieving a range of one kilometer would probably require a clear line of sight between the access point unit and the station unit. While using the Network Bridge under conditions that were somewhat-to-extremely-adverse to signal propagation, even an unskilled user like me was able to extend the useful range of my Internet connection to between 275 and 400 paces from the router, on a wooded property. You may want to extend the reach of your Internet connection to outbuildings, agricultural equipment, RVs, security systems, or other locations beyond typical Wi-Fi range. If that is the case, a Signal Nomad Network Bridge may provide you with an effective solution that does not involve stringing wire. Signal Nomad loaned me a sample pair of their HT-HD01 Network Bridge for testing and evaluation. I tried not to allow their kindness to interfere with the objectivity of this review, and I believe that I have succeeded. I did not receive any other financial or other inducement to mention any vendor, product, or service in this article.
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