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Riqualificazione Porto Marghera tra materie prime critiche e biofuel Rinnovabili
La riqualificazione di Porto Marghera accelera tra stoccaggio europeo delle materie critiche, bioraffineria e nuovi investimenti industriali. Indice dei contenuti Il progetto dellariqualificazione di Porto Margheravede allo studio diversi progetti, sia pubblici che privati, che puntano – almeno nelle intenzioni – a trasformare il sito in un polo industriale per la produzione dibiocarburantie laraffinazione dimaterie prime critiche. Sul tavolo, intanto, ci sono i900 milioni di euro di investimenti previsti da Eni tra il 2022 e il 2028, la crescita della bioraffineria veneziana, nuovi impianti per l’idrogeno rinnovabile e il riciclo delle plastiche. Ma anche il possibile insediamento di un hub europeo per lo stoccaggio di terre rare e minerali strategici, secondo quanto affermato dal ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, dopo il sopralluogo all’area portuale, con il presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Settentrionale, Matteo Gasparato. Porto Marghera viene indicata dal Governo come uno dei siti più adatti per ospitare il progetto grazie alla presenza del porto, dei collegamenti ferroviari e degli spazi industriali disponibili. Parallelamente, sindacati, istituzioni e imprese discutono del futuro produttivo dell’area, cercando di evitare che il polo veneziano perda la propria vocazione manifatturiera trasformandosi esclusivamente in una piattaforma logistica. Nel corso del tavolo convocato dalla Regione Veneto sull’evoluzione del petrolchimico veneziano, Eni, Versalis, Enilive ed Eni Rewind hanno illustrato il quadro degli interventi previsti nell’area. Secondo quanto emerso durante l’incontro coordinato dall’assessore regionale allo Sviluppo economico Massimo Bitonci, il gruppo energetico prevedeinvestimenti complessivi per circa 900 milioni di euro tra il 2022 e il 2028. Una quota rilevante riguarda la crescita dellabioraffineria Enilive di Venezia, indicata come uno degli impianti pionieristici italiani nel settore dei biocarburanti esecondo in Europa per capacità produttiva di biofuel. Durante il confronto sono stati illustrati anche i progetti collegati alla distribuzione di idrogeno rinnovabile e alle attività di riciclo meccanico delle plastiche sviluppate da Versalis. “L’incontro di oggi è servito per fare il punto sul protocollo investimenti a valle della fermata del cracking”, ha dichiarato il segretario generale della Femca territoriale Francesco Coco al termine del tavolo convocato dalla Regione Veneto con Eni e le organizzazioni sindacali.“Eni Live Bioraffineria di Venezia conferma la realizzazione degli impianti di idrogeno e del biojet”. Secondo quanto riferito dal sindacalista, entro la fine del mese saranno completatequattro linee produttive del nuovo impianto, con successivo ampliamento delle attività industriali. La prospettiva più rilevante riguarda però il possibile insediamento di un sito europeo per lostoccaggio delle materie prime critiche. Durante il sopralluogo nell’area portuale di Porto Marghera, il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso ha spiegato che il Governo sta lavorando a uno studio di fattibilità da presentare alla Commissione Europea entro giugno. L’obiettivo è realizzare due siti pilota europei: uno nei pressi dei porti del Nord Europa e uno nel Nord Italia. Porto Marghera viene considerata la candidata più avanzata per il progetto italiano. Nel corso del sopralluogo con il presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Settentrionale Matteo Gasparato e con la “Venice Port Community”, Urso ha dichiarato:“Questo sito pilota per il deposito di materie prime critiche, terre rare e minerali preziosi servirà le imprese europee in caso di shock di approvvigionamento, situazioni che purtroppo si sono verificate spesso in questi anni, dalla pandemia fino all’ultimo conflitto nel Golfo Persico”. Il ministro ha collegato il progetto alla strategia europea sulla sicurezza industriale e agli incontri internazionali sulle filiere strategiche.“Si tratta di una necessità diventata un’assoluta urgenza per la nostra Europa”, ha spiegato Urso, ricordando anche il confronto avvenuto durante il vertice G7 dedicato alle materie prime critiche. Secondo il ministro, il progetto non riguarderebbe soltanto lo stoccaggio. L’idea del Governo è utilizzare Porto Marghera comepiattaforma integrata per raffinazione, riciclo e trasformazione industriale delle materie prime strategiche. Urso ha spiegato che il progetto viene sviluppato insieme al Ministero dell’Ambiente e al Ministero delle Infrastrutture.“Porto Marghera è ideale per la sua naturale vocazione nella riconversione industriale”, ha dichiarato, ricordando che due imprese dell’area hanno già ottenuto l’approvazione nazionale per progetti europei di raffinazione e riciclo. Il ministro ha inoltre confermato il coinvolgimento di grandi gruppi industriali italiani.“Mi sono confrontato anche con alcune imprese intenzionate a insediarsi qui e con grandi multinazionali come Eni, Fincantieri, Stellantis ed Enel, che hanno necessità di sopperire ai propri fabbisogni di materie critiche”. Secondo il ministro, Porto Marghera appare oggi“il sito più confacente per le sue potenzialità logistiche e per la sua posizione lungo l’asse ferroviario verso il cuore industriale d’Europa”. Anche il presidente dell’Autorità Portuale Matteo Gasparato ha indicato l’area veneziana come il sito più adatto. A margine del sopralluogo con il ministro, Gasparato ha dichiarato:“Il sito per lo stoccaggio delle materie prime critiche su cui stiamo ragionando sarà con ogni probabilità nell’area di Porto Marghera”. Il presidente dell’AdSPMAS ha evidenziato il valore dei collegamenti portuali, ferroviari e intermodali e la disponibilità di spazi industriali. Parallelamente al progetto sulle materie prime critiche, il polo industriale di Porto Marghera continua a sviluppare attività legate alla transizione energetica. Tra queste figurano gli impianti per l’idrogeno rinnovabile, il biojet e il riciclo delle plastiche. Dal tavolo regionale con Eni e Versalis, è emersa la volontà anche si sviluppare impianti che si occupino delriciclo meccanico delle plastiche e della realizzazione del criogenico. La trasformazione del sito industriale veneziano resta però al centro del confronto sindacale.“Quello che manca è un vero progetto industriale nell’area del Petrolchimico”, ha avvertito segretario generale della Femca territoriale, Francesco Coco. Il timore espresso dalle organizzazioni dei lavoratori è che Porto Marghera possa perdere progressivamente capacità produttiva.“Bisogna evitare che tale area diventi solo un hub logistico”. Sul futuro della riqualificazione di Porto Marghera è intervenuto ancheMichele Bugliesi, docente universitario ed ex rettore di Ca’ Foscari a Venezia, che ha chiesto un piano decennale per il rilancio del polo veneziano. Secondo Bugliesi, il deposito di materie prime critiche e l’Hydrogen Park non sarebbero sufficienti senza una strategia industriale più ampia.“Per la rinascita di Porto Marghera serve un progetto di rilancio complessivo e ambizioso come quello realizzato ad Amburgo”, ha dichiarato, proponendo un piano fondato su bonifiche, hi tech, nuovi materiali e manifattura avanzata. L’ex rettore ha ricordato che l’area industriale veneziana supera i2.000 ettari, di cui circa1.400 ancora occupati da attività industriali, e ha sottolineato il ruolo della Zona Logistica Semplificata. Tuttavia, secondo Bugliesi, la ZLS non sarebbe sufficiente senza un’accelerazione sulle bonifiche ambientali e sulla semplificazione autorizzativa.“Quello che manca sono le bonifiche”, ha affermato.“Per questo serve un commissario che possa semplificare tutte le procedure”. Bugliesi ha anche richiamato la competizione industriale con altri territori italiani.“L’Emilia Romagna ha superato il Veneto perché ha saputo essere ambiziosa con iniziative come la Motor Valley emiliana e il centro di super calcolo di Bologna”. Crea un account gratuito e continua a leggere le notizie di Rinnovabili.
Eni presenta il piano per Marghera. Cgil: “Solo impegni generici” Collettiva
Oltre 900 milioni di euro di investimenti annunciati, nuovi impianti legati alla chimica circolare, all’idrogeno e ai biocarburanti. Ma per i sindacati il nodo centrale resta ancora senza risposta: quale sarà il futuro industriale delle aree che Eni non utilizza più a Porto Marghera? È questo il punto emerso dal tavolo convocato in Regione Veneto sull’evoluzione del polo petrolchimico veneziano, alla presenza dell’assessore regionale allo sviluppo economico Massimo Bitonci, delle organizzazioni sindacali e dei vertici di Eni, Versalis, Enilive ed Eni Rewind.
L’azienda ha illustrato lo stato di avanzamento dei progetti avviati dopo la fermata del cracking nel 2022. Il piano complessivo, salito dai 500 milioni inizialmente previsti agli attuali 900 milioni, comprende il potenziamento della bioraffineria Enilive, lo sviluppo delle attività di riciclo della plastica di Versalis e la realizzazione di infrastrutture dedicate all’idrogeno per il trasporto pubblico.
Riciclo plastica, idrogeno e bioraffineria
Tra gli interventi già avviati c’è il polo di riciclo meccanico avanzato delle plastiche post-consumo di Versalis, con una capacità iniziale di 20 mila tonnellate annue. Le quattro linee produttive entreranno in funzione entro maggio 2026. È inoltre in corso la progettazione della seconda fase del progetto.
Eni ha confermato anche il rafforzamento dell’hub logistico dell’area industriale. Sono già stati installati nuovi bracci di carico per etilene e propilene, mentre proseguono i lavori sulle banchine e le attività preliminari per il nuovo serbatoio criogenico destinato allo stoccaggio dell’etilene.
Sul fronte energetico, Enilive punta ad aumentare la produzione di biocarburanti attraverso l’utilizzo di materie prime di scarto, oli esausti e residui industriali. In fase di completamento anche il nuovo impianto di Steam Reforming, che permetterà di produrre idrogeno non soltanto dal metano ma anche da HVO nafta e HVO GPL. Previsto inoltre l’ampliamento dell’impianto Ecofining, che passerà da 400 mila a 600 mila tonnellate annue di capacità produttiva.
A Porto Marghera sono inoltre in costruzione la stazione per il rifornimento degli autobus a idrogeno del trasporto pubblico veneziano e l’impianto da 8 MW di Green Hydrogen Venezia. Nell’area sono già operativi anche impianti fotovoltaici realizzati da Plenitude su terreni di Eni Rewind non utilizzabili per altre attività industriali.
Regione e sindacati: il nodo resta il futuro delle aree
Durante il confronto, l’assessore Massimo Bitonci ha raccolto le preoccupazioni espresse dai sindacati sul rischio che Porto Marghera venga progressivamente trasformata in una piattaforma logistica, perdendo la propria vocazione industriale.
“Come Regione – ha spiegato Bitonci – l’obiettivo è attrarre investimenti ad alto valore aggiunto e salvaguardare il profilo industriale dell’area”. Nei prossimi giorni Eni trasmetterà alla Regione il dettaglio dei progetti e il cronoprogramma aggiornato degli interventi. Il tavolo tornerà a riunirsi a settembre.
La Filctem Cgil Venezia però giudica insufficienti le risposte arrivate dall’azienda. Michele Pettenò, segretario del sindacato veneziano, sottolinea che manca ancora un quadro chiaro sul destino delle aree dismesse e sulle prospettive occupazionali.
“Il punto centrale resta irrisolto: cosa intende fare Eni delle aree che non utilizza più? Quale piano industriale esiste per garantire nuova occupazione, investimenti, riconversione produttiva e continuità industriale? Senza una risposta chiara sull’utilizzo delle aree, il futuro di Porto Marghera rischia di restare sospeso”.
📰 Il Gazzettino📅 2026-05-07📍 VeneziaitClima · decarbonizzazione
Eni in Regione per la 'nuova' Porto Marghera: «Un impegno importante del Gruppo» Il Gazzettino
MESTRE - All'uscita dall'incontro in Regione sindacati divisi. Erano stati proprio loro a chiedere all'assessore regionale allo Sviluppo economico Massimo Bitonci un tavolo sul futuro del petrolchimico di Porto Marghera. Presenti al tavolo una delegazione del gruppo Eni con i rappresentanti di Versalis, Enilive, Eni Rewind e le parti sindacali Filctem Cgil, Femca Cisl e Uiltec Uil con i rappresentanti dei lavoratori.
Per Bitonci «l'incontro è stato l'occasione per fare il punto sugli investimenti del gruppo Eni a Porto Marghera, un impegno importante che dal 2022 al 2028 realizza un investimento complessivo di 900 milioni di euro». Eni ha descritto gli investimenti già realizzati e quelli in corso nella bioraffineria Enilive, uno stabilimento pioniere in Italia e secondo in Europa per capacità produttiva di biofuel. Di seguito gli impegni nella stazione di distribuzione di idrogeno rinnovabile e quelli nella chimica di Versalis per il riciclo meccanico delle plastiche. «Un impianto che vedrà il completamento di quattro linee produttive entro la fine del mese e poi l'avvio di un ulteriore ampliamento» ha spiegato Eni. Affrontata anche la parte dolente delle aree da reindustrializzare, una grande superficie di lotti già messi a disposizione da Eni in un accordo con l'Autorità Portuale per l'insediamento di nuove attività. Con il rischio, più volte denunciato dai sindacati, di declassare Porto Marghera a una funzione di sola logistica o di parcheggio. «Come Regione - ha detto Bitonci - l'azione per attrarre gli investimenti nell'area punta ad attività industriali ad alto valore aggiunto, un obiettivo condiviso con il gruppo Eni». Il tavolo si riunirà nuovamente a a settembre e Eni si è impegnata a consegnare alla Regione il dettaglio della progettualità e il cronoprogramma aggiornato.
I SINDACATI
«Usciamo dall'incontro senza alcuna reale chiarezza sulle prospettive industriali di Porto Marghera. Abbiamo ascoltato impegni generici, dichiarazioni di disponibilità, ma nessun progetto concreto capace di indicare quale futuro produttivo si voglia costruire per il sito» dice Michele Pettenó, segretario generale Filctem Cgil di Venezia. Perché il nodo è «cosa intende fare Eni delle aree che non utilizza più e quale piano industriale esiste per garantire nuova occupazione, riconversione produttiva e continuità industriale». Il sindacato denuncia la mancanza di un progetto industriale e non lo vede nemmeno nell'ipotesi legata alle terre rare «Marghera ha bisogno di investimenti produttivi, ricerca, innovazione, competenze e occupazione stabile - dice Pettenò - Non bastano annunci o formule generiche. Serve una regia pubblica forte, capace di vincolare le grandi aziende alle responsabilità che hanno verso questo territorio».
«Manca un vero progetto industriale nell'area del Petrolchimico per evitare che tale area diventi solo un hub logistico» denuncia Francesco Coco, segretario generale di Femca Cisl Venezia. Chiedendo prospettive per i lavoratori del Consorzio Servizi porto Marghera (Spm), «che non essendo Eni, vanno tutelati e collocati in un contesto di tenuta industriale» e il mantenimento del tavolo per monitorare questo processo di trasformazione delicatissimo di Porto Marghera. Per il segretario generale di Uil Veneto Roberto Toigo la partita è complicata, ma riconosce il lavoro dell'assessore Bitonci e dell'Unità di crisi della Regione Veneto. «A pochi giorni dal Primo maggio che si è svolto a Marghera come luogo simbolo della deindustrializzazione - dice - le notizie sugli investimenti assicurati da Eni ci dimostrano che è possibile una reindustralizzazione».
Porto Marghera: confronto tra Regione Veneto ed ENI sul futuro dell’area Corriere dell'Economia
Si è svolto nella sede della Regione Veneto un incontro del tavolo dedicato all’evoluzione del polo industriale petrolchimico di Porto Marghera, a Venezia. La riunione, coordinata dall’assessore regionale allo Sviluppo economico Massimo Bitonci, ha riunito i rappresentanti del gruppo ENI, delle società Versalis, Enilive ed ENI Rewind, oltre alle organizzazioni sindacali Filctem Cgil, Femca Cisl e Uiltec Uil insieme ai rappresentanti dei lavoratori.
Al centro del confronto gli investimenti e le prospettive industriali dell’area veneziana, con particolare attenzione ai progetti di riconversione e sviluppo.
Investimenti per 900 milioni di euro
“L’incontro di oggi è stato l’occasione per fare il punto sugli investimenti posti in essere dal Gruppo ENI nell’area veneziana di Porto Marghera”, ha dichiarato Bitonci.
Secondo quanto illustrato durante il tavolo, il gruppo ENI ha previsto nell’area investimenti complessivi pari a 900 milioni di euro nel periodo tra il 2022 e il 2028.
L’assessore ha spiegato che il gruppo ha presentato gli interventi già realizzati e quelli in corso nella bioraffineria Enilive, definita uno stabilimento “pioniere in Italia e secondo in Europa per capacità produttiva di biofuel”.
Nel corso dell’incontro sono stati richiamati anche gli investimenti nella stazione di distribuzione di idrogeno rinnovabile e quelli relativi alla chimica di Versalis, legati sia alla funzione logistica di Porto Marghera sia al riciclo meccanico delle plastiche.
“Un impianto che vedrà il completamento di 4 linee produttive entro la fine del mese e poi l’avvio di un ulteriore ampliamento”, ha aggiunto Bitonci.
Il tema della reindustrializzazione
Durante il confronto è stato affrontato anche il tema delle aree da reindustrializzare all’interno del polo industriale veneziano.
“Parliamo di una superficie particolarmente estesa e di lotti già messi a disposizione da ENI in un accordo con l’Autorità Portuale per l’insediamento di nuove attività”, ha spiegato l’assessore regionale.
Nel corso della riunione le organizzazioni sindacali hanno espresso preoccupazione sul rischio che il futuro di Porto Marghera possa essere limitato a una funzione esclusivamente logistica.
“Su questo tema abbiamo registrato la preoccupazione sindacale che il futuro industriale di Porto Marghera non la declassasse a una funzione di mera logistica o di “parcheggio””, ha dichiarato Bitonci.
L’assessore ha precisato che la Regione Veneto punta invece ad attrarre nell’area “attività industriali ad alto valore aggiunto”, obiettivo condiviso anche con il gruppo ENI.
Nuovo incontro previsto a settembre
Al termine del tavolo è stato deciso di aggiornare il confronto nei prossimi mesi. Bitonci ha annunciato che ENI trasmetterà alla Regione il dettaglio dei progetti previsti nell’area e il relativo cronoprogramma aggiornato.
“Riceveremo da ENI il dettaglio della progettualità del Gruppo nell’area e il cronoprogramma aggiornato, un documento che condivideremo con le Parti sindacali”, ha concluso l’assessore.
Il tavolo tornerà a riunirsi nel mese di settembre per verificare l’avanzamento degli interventi e i risultati raggiunti.
Da settembre la flotta scende a 7 navi da crociera (più le 11 di Aida) con la vendita di Costa Fortuna per 90 milioni di dollari L'articolo Costa chiude il 2025 con 1 miliardo di utile e si prepara a uscire da Vtp proviene da Shipping Italy .
Costa Crociere manda in archivio un altro anno ricco di soddisfazioni commerciali e finanziarie. L’ultimo bilancio d’esercizio (terminato al 30 novembre 2025) fotografa infatti un’azienda in grado di generare ricavi in crescita a 4,9 miliardi (rispetto ai 4,7 miliardi dell’esercizio precedente), un risultato ante-imposte e un utile netto positivi per poco più di un miliardo di euro.
Il bilancio, poi, rivela anche alcuni dettagli e notizie finora non note. Nel primo caso il fatto che la nave Costa Fortuna, ceduta nella primavera dello scorso anno a Margaritaville at Sea e destinata a uscire concretamente dalla flotta il prossimo settembre, è passata di mano al prezzo di 90 milioni di dollari. Oltre a ciò Costa fa sapere che “sono in corso negoziazioni per la cessione dele quote detenute nella società collegata Venezia Investimenti Srl (25%) agli altri soci della joint venture”, ovvero Global Ports Holding, Msc Cruises SA e Royal Caribbean. Il perché di questa decisione non è spiegato ma una motivazione potrebbe risiedere nel fatto che le grandi navi da crociera di stazza superiore alle 25.000 tonnellate non possono più approdare alla stazione marittima del Venezia Terminal Passeggeri transitando per il canale della Giudecca.
A proposito dell’andamento di mercato, la relazione sulla gestione spiega che “l’esercizio 2025 ha rappresentato per il Gruppo Costa un altro anno molto favorevole, in cui l’utile operativo si attesta a 1,021 miliardi di euro rispetto ai 974 milioni registrato nell’esercizio precedente. Un risultato estremamente positivo, tanto più notevole considerando che è stato ottenuto durante un periodo caratterizzato da condizioni macroeconomiche sfavorevoli, in particolare l’inflazione e l’incertezza geopolitica”. Nel 2025 sono stati 3,2 milioni i passeggeri ospitati a bordo, di cui 1m7 milioni per Costa (che opera attualmente con una flotta di 8 navi) e 1,5 milioni Aida (11 navi). Il trend di occupazione medio è stato del 108%, con un picco del 116% durante il terzo trimestre dell’esercizio.
A proposito infine dell’evoluzione prevedibile della gestione, Costa ritiene che “l’esercizio 2026 confermi la crescita sia dei ricavi sia dei livelli di occupazione” nonostante l’uscita di scena della Costa Fortuna. “L’ulteriore razionalizzazione della capacità gestita contribuirà a sostenere la redditività complessiva, assicurando livelli adeguati di marginalità operativa e una generazione di liquidità coerente con le esigenze finanziarie del Gruppo Costa”.
Detto ciò, “il contesto macroeconomico continua tuttavia a presentare elementi di incertezza” si legge nella relazione. “Permangono, in particolare, pressioni inflazionistiche sui costi operativi e un quadro geopolitico complesso, con tensioni presenti in Est Europa e nel Medio Oriente. Tali criticità hanno comportato la revisione degli itinerari delle aree più coinvolte e richiederanno un monitoraggio costante”.
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Eni presenta i progetti per Porto Marghera. La Cgil: «Solo impegni generici» VeneziaToday
Si è tenuto in sede regionale l'atteso incontro del tavolo avente ad oggetto l’evoluzione del polo industriale petrolchimico dell’area veneziana di Porto Marghera, Venezia. Una delegazione di Eni e delle sue società controllate Versalis, Enilive ed Eni Rewind, ha rappresentato all’assessore regionale Massimo Bitonci e alle parti sociali, lo stato di attuazione e gli investimenti previsti per la trasformazione dell’area industriale di Porto Marghera.
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Il progetto, avviato nel 2022 con la fermata del cracking, vale complessivamente oltre 900 milioni di euro, rispetto ai 500 previsti, e prevede attività in ambito di chimica circolare di Versalis, il potenziamento della bioraffineria Enilive e lo sviluppo di un polo per la produzione e l’utilizzo dell’idrogeno per la mobilità pubblica.
«Il confronto – ha detto Bitonci – dopo il riferimento al contesto globale turbolento e in continua ridefinizione, si è sviluppato in merito alle aree da reindustrializzare. Parliamo di una superficie particolarmente estesa e di lotti già messi a disposizione da ENI in un accordo con l’Autorità Portuale per l’insediamento di nuove attività. Su questo tema abbiamo registrato la preoccupazione sindacale che il futuro industriale di Porto Marghera non la declassasse a una funzione di mera logistica o di “parcheggio”. Su questo punto ho chiarito che, come Regione, l’azione per attrarre gli investimenti nell’area punta ad attività industriali ad alto valore aggiunto, un obiettivo che abbiamo condiviso anche con il gruppo ENI».
Il piano da 900 milioni dopo lo stop al cracking
Eni infatti ha riassunto i suoi piani nell'area, ma per i sindacati non basta, si tratta di «impegni generici». In breve. Versalis ha completato la prima fase del polo per il riciclo meccanico avanzato delle plastiche post-consumo (polimeri stirenici e poliolefine) da 20 mila tonnellate anno: le 4 linee saranno in marcia entro maggio 2026. La seconda fase è in fase di sviluppo, è stata ottimizzata la configurazione dell’impianto e conclusa l’ingegneria di base, e si procede con lo studio di fattibilità che definirà i prossimi step.
Gli investimenti per il potenziamento dell’hub logistico, per Eni sono da tempo avviati al fine di aumentare la flessibilità e affidabilità degli approvvigionamenti. Nello specifico, è già completata l’installazione di nuovi bracci di carico per etilene/propilene, sono in corso gli interventi alle banchine e le attività preliminari sull’area dove è previsto il nuovo serbatoio criogenico etilene, che consentirà di incrementare la flessibilità di stoccaggio.
La Bioraffineria Enilive «è al centro di importanti investimenti finalizzati ad aumentare l’impiego di materie prime di scarto e residui, tra cui oli vegetali esausti, grassi animali e altri sottoprodotti dei processi industriali, utilizzati per la produzione di biocarburanti». È in fase di completamento il nuovo impianto di Steam Reforming, che consentirà la produzione di idrogeno non solo da metano, ma anche da HVO nafta e HVO GPL, rafforzando la flessibilità e la sostenibilità del sistema industriale. Parallelamente è previsto il potenziamento dell’impianto Ecofining, con un incremento della capacità di trattamento da 400.000 a 600.000 tonnellate annue.
Sempre nell’area di Porto Marghera sono inoltre in costruzione la stazione di distribuzione di idrogeno rinnovabile di Enilive, destinata al rifornimento degli autobus a idrogeno del trasporto pubblico AVM, e l’impianto da 8 MW per la produzione di idrogeno rinnovabile di Green Hydrogen Venezia. L’idrogeno prodotto sarà fornito tramite pipeline alla nuova stazione di distribuzione idrogeno di Enilive. Infine, in ambito rinnovabili, Plenitude ha realizzato e da tempo avviato impianti fotovoltaici in due aree di Eni Rewind non idonee ad altri utilizzi: sono in produzione in totale 6,2 MW (“Lotto 12 - Area ex-Ausidet” e “Lotto 15” nelle aree del Nuovo Petrolchimico a Porto Marghera).
Manca il cronoprogramma, preoccupazione dei sindacati
«Nei prossimi giorni - conclude Bitonci - riceveremo da ENI il dettaglio della progettualità del Gruppo nell’area e il cronoprogramma aggiornato, un documento che condivideremo con le Parti sindacali. Abbiamo convenuto che il tavolo si riaggiornerà nel mese di settembre per valutare risultati e avanzamenti».
Michele Pettenò, segratario di Filctem Cgil Venezia, non è per nulla soddisfatto: «Il punto centrale resta irrisolto: cosa intende fare Eni delle aree che non utilizza più? Quale piano industriale esiste per garantire nuova occupazione, investimenti, riconversione produttiva e continuità industriale? Su questo non abbiamo avuto risposte sufficienti. E senza una risposta chiara sull’utilizzo delle aree, ogni ragionamento sul futuro di Marghera rischia di rimanere sospeso».
Critico anche Francesco Coco, della Femca Cisl, pur con toni diversi: «Come Femca Cisl di Venezia abbiamo ribadito l'importanza della realizzazione degli investimenti nella Bioraffineria, quello che manca è un vero progetto industriale nell’area del Petrolchimico per evitare che tale area diventi solo un hub logistico. Abbiamo fatto presente che serve dare risposte di prospettiva anche ai lavoratori del Consorzio Spm (Servizi Porto Marghera), che non essendo Eni, vanno tutelati e collocati in un contesto di tenuta industriale».
Più ottimista Roberto Toigo, della Uil Veneto: «Le notizie sugli investimenti assicurati da Eni ci dimostrano che è possibile una reindustralizzazione. La partita è complicata, ma va riconosciuto il lavoro che l’assessore Bitonci e l’unità di crisi stanno portando avanti. Seguiremo, come confederazione e con le categorie interessate, i prossimi passi, pronti a dare il nostro supporto per il rilancio dell’area» commenta.
Ricorso al Tar (vinto) per ottenere la documentazione Adsp che ha autorizzato la struttura pensata da Sviluppo Laguna L'articolo Vtp vuol far luce sul terminal fluviale di Chioggia proviene da Shipping Italy .
Il nuovo terminal per crociere fluviali, in realizzazione a Chioggia, non piace a Vtp, Venezia Terminal Passeggeri, titolare della gestione dei servizi ai passeggeri (marittimi) negli scali dell’Autorità di sistema portuale del Mar Adriatico Settentrionale.
La preoccupazione per l’interferenza – apparentemente per quella fisica, anche se, considerate le circostanze, potrebbe trattarsi di un ‘fastidio’ di natura commerciale – emerge da un contenzioso avviato al Tar del Veneto dal terminalista contro il diniego dell’Adsp a fornirgli gli atti che hanno portato al rilascio, nell’ottobre scorso, dell’autorizzazione a Sviluppo Laguna a realizzare le infrastrutture per cui aveva fatto domanda.
Come raccontato da SHIPPING ITALY, la joint venture fra le agenzie marittime Bassani e Iss Tositti vuole realizzare un terminal per navi fluviali presso il Molo Testata Sud dell’Isola dei Saloni, nel Porto di Chioggia. L’ok è arrivato dall’Adsp a valle di un’istruttoria e una conferenza dei servizi, imperniato sulle valutazioni della Direzione Tecnica dell’ente e in particolare sulla prescrizione di non precludere l’accesso al Molo gestito da Vtp e di non incidere sui relativi flussi di passeggeri.
L’ente ha opposto diniego al rilascio degli atti, sostenendo che “Vtp sarebbe affidataria del servizio di gestione della stazione marittima limitatamente al Porto di Venezia e che lo svolgimento di attività presso Chioggia sarebbe circoscritto ad un unico ormeggio temporaneo; che il terminal fluviale di Sviluppo Laguna non inciderebbe sull’equilibrio economico-finanziario né sull’operatività del Terminal Vtp; che la fase concorsuale del procedimento demaniale si sarebbe esaurita (…) senza presentazione di domande concorrenti da parte di Vtp; che sarebbe indimostrato il nesso di strumentalità tra i documenti richiesti e la situazione giuridica da tutelare”. Inoltre “Vtp intenderebbe verificare documenti futuri o attività di controllo non ancora svolte”.
Il Tar ha però rigettato tutti questi argomenti, riconoscendo il diritto di Vtp all’ostensione dei documenti “per verificare il contenuto delle prescrizioni tecniche, l’istruttoria sottesa alla determinazione conclusiva e la concreta idoneità delle opere assentite a non pregiudicare l’accesso al Terminal Vtp e i flussi dell’utenza”.
A.M.
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Senza politica industriale non c’è transizione del lavoro Fondazione Giangiacomo Feltrinelli
Abbiamo visto ieri, Primo Maggio, i sindacati confederali a Porto Marghera, con la tradizionale manifestazione nazionale con l’intervento dei massimi leaderdiCgil, Cisl e Uil. Margheraè un luogo cruciale dello sviluppo industriale e portuale italiano, a partire dalla sua fondazione nel 1917 e la nascita di uno smisurato polo chimico diventa anche un epicentro delconflitto tra lavoro, salute e ambientenel capitalismo contemporaneo. Un conflitto che divide la stessa comunità operaia. Anche di questo Marghera è un esempio storico importante, soprattutto tra gli anni Ottanta e il primo decennio di questo secolo, quando una frattura radicale contrappone, attorno alle sorti delpetrolchimico, lavoratori eforze sindacaliepolitiche agli ambientalistie asparute componenti operaie. Uno scontro che si conclude con un referendum comunale (a cui partecipa l’intera cittadinanza di Venezia) che boccia losviluppo del ciclo del cloro(con la conseguente chiusura di interi settori del petrolchimico). Si tentano anche vie negoziali a un modello diverso, ma si giunge solo a effimeri accordi, con aziende mai inclini a rispettarli e senza una regia politica e istituzionale (in particolare da parte dello Stato, unica entità in grado di governare una simile transizione). Così, la forza dell’ambientalismo e di un’opinione pubblica determinata a non lasciarsi più inquinare o avvelenare riesce a bloccare il vecchio modello, che peraltro perde via via capacità occupazionale, ma non è in grado di imporre una transizione autentica. Porto Marghera è oggi una zona industriale con grandi spazi bradi e inquinati,senza nessun piano di rigenerazione. L’assenza di una vera politica industriale, che affligge l’Italia da decenni, produce pure quest’abbandono di territori a lungo sfruttati e avvelenati, nella più cinica e disinvolta tradizione del capitalismo assecondata dal governo politico. La “situazione Marghera” descrive esattamente lo stato attuale del rapporto tra lavoro e ambiente e salute. O meglio, tra capitale e lavoro/ambiente/salute, poiché la vera dicotomia, il vero conflitto irriducibile, è descrivibile piuttosto in questi termini. In genere, si parla infatti più di conflitto tra lavoro, da una parte, e ambiente e salute dall’altra. Ma il lavoro vivo, il lavoro umano, è in realtà parte dell’ambiente, perché i corpi che vi sono coinvolti, la cui salute è direttamente colpita, sono elementi naturali quanto l’aria, l’acqua, la terra, e subiscono la stessa nocività. Il conflitto reale è tra ilmodo di produzione capitalistico e la natura umana, parte inestricabile della natura tutta, come insegnano l’ecologismo più consapevole e l’ecofemminismo, ma anche l’esperienza storica di luoghi come Marghera e innumerevoli altri nel mondo. Che si tratti dilavoratori esposti all’amianto o alle polveri(o anche “solo” alla fatica) o di abitanti che bevono acqua contaminata (da Pfas, ad esempio) o di un intero territorio pervaso dalle polveri sottili o cementificato o dissestato o, in molti modi, impoverito di biodiversità, si tratta sempre di un conflitto tra modo di produzione (o di consumo, di mobilità, di sviluppo urbano coerente con quello) e ambiente (che integra il lavoro umano e la vita umana e la sua salute). Il primo passo verso una riformulazione del tema, forse anche verso un nuovo soggetto capace di affrontarlo in modo organizzato, sui territori e sul piano globale, consiste proprio in questa diversa e più vasta e radicale dicotomia, in cui il lavoro sta dal lato della parte lesa e della sua in-sofferenza, dalla quale può derivare una nuova fase di conflitti. Una nuova“agency” dell’insubordinazionealla nocività nei residui luoghi di maggiore concentrazione o nei luoghi dispersi del lavoro decentrato come nelle solitudini del lavoro atomizzato. Unanocività fisico-chimica, che colpisce il corpo della terra e dei suoi elementi come il corpo umano, e unanocività psichica(da alienazione o depressione o da ecoansia) che, attraverso il nostro organismo, permea comunque il nostro ambiente e l’esperienza che ne facciamo. La sofferenza inferta è una, e tale può e dev’essere la rivolta. Non è sempre facile oggi, nella frantumazione di classe e nella parcellizzazione e nelle turbolenze delle soggettività, ma quella che si annuncia può essere la rivolta più profonda ed estesa che abbia mai attraversato il pianeta e la storia. Oggi sappiamo che la crisi ambientale esiste e che riguarda tutti noi. Se la transizione ecologica è entrata a far parte dell’agenda politica, da più parti si lamenta la lentezza con cui governi e istituzioni sovranazionali adottano misure concrete per fronteggiare l’allarme clima. La scienza, da parte sua, preannunciava già dalla metà del secolo scorso i possibili scenari futuri. Accanto a quella climatica, già nel 1972 si parlava di crisi alimentare, di inquinamento e di risorse non rinnovabili. Ma in quale preciso momento e soprattutto in che modo nel corso della seconda metà del Novecento è affiorata – nella comunità scientifica, nei movimenti d’opinione, nel dibattito pubblico – la questione ecologica? Quando ci siamo accorti che le risorse erano finite?Quando abbiamo capito – anche a fronte di disastri ambientali e catastrofi industriali che hanno prodotto traumi collettivi – che il nostro è un ecosistema fragile e che dalla sua salute dipende il benessere di tutti noi? Vai alla pagina
Nove località venete unite contro la plastica Chioggia Notizie
VENEZIA - Un intero fine settimana dedicato alla tutela dell’ambiente costiero, con centinaia di volontari impegnati lungo tutto il litorale veneto per rimuovere plastica e rifiuti dalle spiagge. È questo lo spirito del “Weekend del Mare 2026”, l’iniziativa promossa da Plastic Free Onlus, realtà di volontariato attiva dal 2019 nella lotta all’inquinamento da plastica, che sabato 2 e domenica 3 maggio porterà avanti una vasta azione coordinata di pulizia ambientale.
Il progetto arriva dopo il successo della prima edizione del 2025, che aveva coinvolto 9 appuntamenti, 530 volontari e consentito la rimozione di oltre 6.400 chilogrammi di rifiuti. Un risultato che l’associazione ha deciso di rilanciare con un format ancora più strutturato e ambizioso. Per il 2026 sono infatti previsti nove eventi distribuiti nei Comuni di San Michele al Tagliamento, Veneto, Italy (Bibione), Caorle, Veneto, Italy, Eraclea, Jesolo, Venezia, Lido, Chioggia, Veneto, Rosolina, Porto Viro, e Porto Tolle, con l’obiettivo dichiarato di superare i 500 partecipanti e raggiungere almeno 10.000 chilogrammi di plastica e rifiuti raccolti.
L’iniziativa è stata selezionata nell’ambito del bando per iniziative ambientali e sostenuta con i fondi dell’Otto per Mille della Chiesa Valdese, un contributo che ha permesso di ampliare la portata del progetto e di introdurre nuove modalità di monitoraggio ambientale. “Il Weekend del Mare rappresenta un’evoluzione naturale del nostro impegno sui territori”, ha dichiarato Luca De Gaetano, fondatore e presidente di Plastic Free Onlus. “Attraverso la rimozione dei rifiuti dall’ambiente contribuiamo a costruire una consapevolezza diffusa sull’importanza di tutelare il mare e le nostre coste. Il coinvolgimento di centinaia di volontari in contemporanea lungo tutto il litorale veneto è un segnale forte, concreto, che dimostra quanto i cittadini siano pronti a fare la loro parte”.
Gli appuntamenti, aperti a tutti, prevedono circa due ore di attività di raccolta di plastica e rifiuti non pericolosi su tratti di spiaggia individuati in collaborazione con i Comuni e con le aziende locali che gestiscono il servizio rifiuti. La partecipazione è gratuita, ma subordinata a registrazione obbligatoria sul sito ufficiale dell’associazione anche ai fini della copertura assicurativa. I minori di 16 anni potranno partecipare solo se accompagnati.
Il programma entrerà nel vivo sabato 2 maggio con i cleanup previsti a Porto Tolle, Veneto, Italy nella Sacca degli Scardovari alle ore 9:00, a Porto Viro, Veneto, Italy allo Scanno Cavallari alle 8:30, a Chioggia, in Isola Verde alle 9:30, a Jesolo pineta alle 9:30 e a Caorle al Lido Altanea alle 10:00. Domenica 3 maggio le attività proseguiranno a Rosolina presso la spiaggia Casoni foce Adige alle 14:30, al Venezia Lido nella zona Murazzi alle 10:00, a Eraclea Mare alle 9:00 e a San Michele al Tagliamento -Bibione alle 9:30.
Le iniziative saranno coordinate dai referenti locali dell’associazione con il coinvolgimento diretto di cittadini e volontari, in un’azione condivisa di tutela e valorizzazione della costa veneta. Tra le principali novità dell’edizione 2026 figura inoltre l’introduzione della catalogazione scientifica dei rifiuti raccolti: i partecipanti saranno dotati di schede tecniche per classificare tipologie e materiali secondo le linee guida del progetto europeo “Beach Litter”, con i dati che verranno trasmessi alla banca dati europea per contribuire al monitoraggio del fenomeno del marine litter.
“Abbiamo voluto fare un passo in più”, ha aggiunto De Gaetano, “ogni attività di raccolta diventa anche un momento utile alla ricerca. Condividere i dati a livello europeo significa contribuire in modo concreto alla conoscenza del problema e alla definizione di soluzioni più efficaci”.
Il “Weekend del Mare 2026” si svolge con il patrocinio della Regione Veneto, della Conferenza dei Sindaci del Litorale e dei nove Comuni coinvolti. Accanto alla rimozione dei rifiuti, il progetto punta anche a rafforzare la consapevolezza ambientale e a promuovere la partecipazione attiva dei cittadini nella tutela del territorio, valorizzando uno dei patrimoni naturali più importanti del Paese.
Il neo presidente e neo amministratore delegato Europe di Psa International sarà affiancato nel nuovo CdA da Roberto Ferrari e dai responsabili dell'area EM&A e dello sviluppo di Psa L'articolo Cambio al vertice di Psa Italy: Dirk Jan Storm succede a Marco Conforti proviene da Shipping Italy .
Il neo presidente e neo amministratore delegato Europe di Psa International sarà affiancato nel nuovo CdA da Roberto Ferrari e dai responsabili dell’area EM&A e dello sviluppo di Psa
Cambio al vertice di uno dei gruppi protagonisti della logistica portuale italiana. L’Assemblea dei Soci di Psa Genoa Investments — holding partecipata al 72% da Psa International e al 28% da Fair Market Value Capital Partners e Td Greystone Infrastructure Fund — ha comunicato il rinnovo delle cariche sociali e ufficializzato il passaggio di testimone tra Marco Conforti e Dirk Jan Storm alla guida di Psa Italy.
Marco Conforti conclude il proprio mandato triennale di Presidente dopo una carriera strettamente legata allo sviluppo della portualità in Italia. Nominato a febbraio 2023 dal consiglio d’amministrazione di Psa Genoa Investments, Conforti ha accompagnato il Gruppo fin dal 1998, anno del primo ingresso dei terminal di Genova e Venezia nel perimetro europeo di Psa.
Sotto la sua guida, e grazie al suo contributo come consulente senior area EM&A e come vertice di associazioni di categoria come Assiterminal, Confetra e Feport, le unità italiane — Psa Genova Pra’, Psa Sech e Psa Venice-Vecon — hanno consolidato una leadership indiscussa nel traffico container nazionale.
“Lascio realtà solide, consapevoli delle sfide in atto e pronte ad affrontare con determinazione i profondi cambiamenti che stanno interessando il terminalismo portuale”, ha dichiarato Conforti, sottolineando con orgoglio la capacità di innovazione dimostrata dal Gruppo nella logistica internazionale.
Il nuovo presidente di Psa Italy Dirk Jan Storm, contestualmente anche nuovo amministratore delegato Europe di Psa International, con oltre 25 anni di esperienza internazionale in ambito finance e general management, ha operato in scenari complessi tra Europa, Medio Oriente, Americhe, Africa e Asia. Come spiega una nota, la sua competenza tecnica, maturata nella gestione di grandi progetti greenfield, ristrutturazioni finanziarie e fusioni industriali, rappresenta la chiave di volta per affrontare la prossima fase di espansione dei terminal gateway di Genova e Venezia.
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Come muoversi in laguna e quando andarci La laguna Veneta si estende per centinaia di chilometri quadrati e conta decine di isole, grandi e piccole. L’errore più comune è pensare “faccio tutto in un giorno”: le distanze sull’acqua sono diverse da quelle su st…
L a laguna di Venezia è fatta di silenzi d’acqua, campanili lontani e barene che cambiano colore con la marea. Basta allontanarsi di pochi minuti dai flussi di San Marco per ritrovarsi in isole dove si sente ancora l’odore delle fornaci, del pesce appena scaricato, dei campi coltivati. Otto luoghi diversi, tutti legati da uno stesso filo: l’acqua salmastra della Laguna Veneta, un paesaggio culturale unico che merita di essere esplorato con calma e con mezzi leggeri, dal vaporetto alla bicicletta.
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Come muoversi in laguna e quando andarci
La laguna Veneta si estende per centinaia di chilometri quadrati e conta decine di isole, grandi e piccole. L’errore più comune è pensare “faccio tutto in un giorno”: le distanze sull’acqua sono diverse da quelle su strada, i tempi si dilatano e la bellezza sta proprio lì.
Per raggiungere Murano, Burano, Torcello, Sant’Erasmo, Lido, Pellestrina, Giudecca e San Francesco del Deserto si usano quasi sempre vaporetti o barche: il trasporto pubblico collega i principali approdi, mentre per le isole più appartate o per itinerari personalizzati conviene affidarsi a tour in barca o imbarcazioni tradizionali come il bragozzo, che permettono anche di avvicinarsi meglio alle barene e agli scorci meno frequentati.
Il periodo più interessante per esplorare la laguna va dalla primavera all’autunno, quando giornate lunghe e temperature miti invitano a restare all’aperto, tra fornaci, orti e spiagge.
L’estate porta più folla ma regala il Lido nella sua piena vita balneare e le serate lunghe sulle fondamenta. In autunno e in inverno la luce si fa più bassa, le nebbie ridisegnano il paesaggio e le isole si svuotano: perfetto per chi cerca tranquillità e ritmi lenti.
Un soggiorno di almeno tre o quattro giorni consente di affiancare la visita alla città di Venezia a una piccola “odissea lagunare”: un giorno nel nord tra Murano, Burano e Torcello, un altro tra Lido e Pellestrina, un terzo dedicato a Sant’Erasmo, Giudecca e, se organizzata in anticipo, San Francesco del Deserto.
Le isole dell’arte e delle case colorate: Murano, Burano, Torcello
Murano
Murano
Murano è la Venezia “artigiana”: un’isola attraversata da un canale centrale che ricorda, in versione ridotta, il Canal Grande.
Qui l’aria profuma di vetro caldo e fumo di fornaci. Alle finestre dei laboratori si intravedono maestri vetrai che modellano una pasta incandescente trasformandola in vasi, perle, lampadari.
Le botteghe espongono opere in vetro di ogni forma, mentre il museo del vetro racconta come la Repubblica abbia concentrato qui le fornaci per proteggere la città dagli incendi e custodire i segreti delle proprie lavorazioni.
Visitare Murano ha senso se si entra almeno in un laboratorio, osservando da vicino il passaggio dalla massa informe al pezzo finito.
Burano
Burano
Più a nord, Burano è il contrario della monocromia: una fila di case dalle facciate vivaci, ognuna di un colore diverso, che si riflettono nei canali stretti.
L’isola è legata da secoli alla pesca e al merletto: nel museo dedicato si scopre come le trame fossero tramandate di madre in figlia, con pazienza quasi infinita. In pasticceria si assaggiano i bussolai o buranelli, biscotti a base di burro e uova, dalla consistenza compatta e dal profumo di vaniglia o agrumi, nati come dolce “di scorta” per i pescatori.
In alcune calli meno battute si notano ancora le antiche barche a remi, memoria di una laguna in cui la voga era l’unico motore.
Torcello
Torcello
Torcello, poco distante, è l’opposto della Burano animata: un’isola ampia, con orti, giardini privati, campi e pochissimi residenti.
Camminando lungo il sentiero principale il rumore diventa ovattato e l’attenzione si sposta sui dettagli: un muretto di mattoni, una vite che sale su un pergolato, qualche trattoria sparsa dove ci si può fermare per pranzo. È un luogo che racconta la fase più antica della storia lagunare: qui sorsero alcuni dei primi insediamenti, oggi riconoscibili nelle sue chiese e nei resti monumentali.
Una visita guidata aiuta a leggere ciò che a un primo sguardo sfugge: stratificazioni, leggende, collegamenti con la storia della Serenissima. Torcello è facilmente abbinabile a Burano grazie ai collegamenti frequenti in barca, meglio se inserita in un’unica escursione per ottimizzare gli spostamenti.
Tra orti, conventi e litorali: Sant’Erasmo, San Francesco del Deserto, Lido, Pellestrina
Venezia Lido
Sant’Erasmo è la laguna agricola. Qui lo sguardo incontra campi coltivati, filari, piccoli casolari e strade che si prestano alla bicicletta.
La Serenissima si riforniva da quest’isola per frutta e verdura, e ancora oggi gran parte dell’orto lagunare nasce qui.
Tra le produzioni più note c’è il carciofo violetto, compatto, con foglie violacee che spuntano ordinatamente dai filari: un prodotto che finisce nei mercati veneziani e nei menu dei ristoranti. Una giornata a Sant’Erasmo può alternare un giro in bici tra i campi, qualche sosta in azienda agricola e un passaggio in spiaggia, lontano dal rumore cittadino.
Esistono anche alloggi diffusi che permettono di fermarsi la notte, dormendo in laguna ma fuori dalla confusione urbana.
Poco distante, in posizione più raccolta, l’isola di San Francesco del Deserto appare come una macchia verde in mezzo all’acqua, fatta di cipressi alti e mura di convento. Il suo nome ricorda il passaggio di San Francesco, e ancora oggi vi risiedono frati francescani che scandiscono la giornata con i ritmi della vita monastica.
L’isola non è servita da trasporto pubblico regolare: per visitarla è necessario prenotare un’escursione abbinata al collegamento da Burano o utilizzare un mezzo proprio.
Durante le visite guidate si accede al convento e al chiostro, spazi sobri, con pietre consumate e cortili interni silenziosi. È una sosta perfetta per chi cerca luoghi di raccoglimento e ha voglia di uscire completamente dalle rotte più affollate.
Sul margine esterno della laguna, il Lido di Venezia separa l’acqua interna dal Mare Adriatico. È un’isola lunga, attraversata da viali alberati, ville in stile Liberty e spiagge sabbiose attrezzate. I veneziani hanno con il Lido un rapporto quasi rituale: la capanna in spiaggia per tutta la stagione è una tradizione di famiglia.
In settembre arriva la Mostra del Cinema di Venezia, che porta tappeti rossi e proiezioni, ma per il resto dell’anno il Lido è un luogo da vivere in modo semplice: piedi nudi sulla sabbia, bici noleggiate vicino agli approdi, pedalate verso i Murazzi, le lunghe protezioni in pietra d’Istria che difendono l’isola dalle mareggiate e dall’acqua alta. Qui il suono costante è quello delle onde che si infrangono contro le difese, con il profumo di salsedine forte nell’aria.
Più a sud, Pellestrina è una striscia di terra sottile, con la laguna da un lato e il mare dall’altro. I borghi di pescatori hanno case basse, barche tirate in secca, reti appese ad asciugare, e una vita quotidiana scandita ancora dalla pesca.
La spiaggia è ampia e, proprio perché lontana dai circuiti più frequentati, resta spesso poco affollata. Verso l’estremità si trova l’oasi di Ca’ Roman, area di grande valore naturalistico, con dune e vegetazione costiera. Un modo coerente per esplorare Pellestrina è la bicicletta, percorrendo l’isola da nord a sud fino alla bocca di porto di Chioggia e fermandosi dove va l’istinto: un molo, una chiesetta, un bar di paese.
Giudecca e consigli pratici per un viaggio sostenibile
Giudecca
La Giudecca è un caso particolare: geograficamente isola, amministrativamente parte del centro storico di Venezia, all’interno del sestiere di Dorsoduro.
Si allunga di fronte alle Zattere e al Bacino di San Marco, collegata da linee frequenti di vaporetto. L’atmosfera è quella di un quartiere vissuto: panni stesi alle finestre, chiacchiere in campo, studenti universitari che animano calli e fondamenta.
Passeggiando lungo il fronte che guarda verso San Marco si ha una vista ampia sulla città storica, con campanili e facciate che cambiano colore durante la giornata. Sul lato opposto, lo sguardo corre verso la laguna sud, aperta e ampia.
Per gli spostamenti preferire mezzi pubblici, barche ecologiche, bici e voga alla veneta rispetto ai motoscafi veloci; pianificare gli itinerari in modo da ridurre gli spostamenti a vuoto tra un’isola e l’altra; scegliere alloggi diffusi su isole come Sant’Erasmo, Pellestrina o Giudecca per distribuire la pressione turistica fuori dalle zone più congestionate.
Sul fronte gastronomico, la laguna è un laboratorio di cucina di pesce e ortaggi locali. Nei ristoranti e osterie si trovano piatti legati alla pesca di Burano e Pellestrina, verdure provenienti da Sant’Erasmo e dai terreni lagunari, ricette storiche veneziane reinterpretate. Assaggiare prodotti come il carciofo violetto, i biscotti buranelli, il pesce azzurro fritto o in saor significa comprendere quanto la vita quotidiana degli abitanti sia intrecciata con questo ambiente d’acqua.
📰 il Nord Est📅 2026-04-29📍 VeneziaitClima · decarbonizzazione
Primo maggio “nazionale” a Marghera: per un’altra “rivoluzione industriale” il Nord Est
La scommessa industriale e il primato petrolchimico, le lotte operaie e l’ambiente avvelenato, lo sradicamento delle fabbriche, la ripartenza ad ostacoli.
Cent’anni dopo il decollo del primo polo metallurgico e navale, i leader sindacali nazionali di Cgil, Cisl e Uil convergeranno a Porto Marghera per un Primo Maggio di memoria e speranza. Un secolo di storia economica e sociale ad un battito del cuore da Venezia, un progetto radicale senza precedenti nel Paese. Concepito da Piero Foscari, deputato della destra liberale, realizzato dall’élite finanziaria veneziana - Giovanni Volpi di Misurata, Giovanni Stucky, Nicolò Papadopoli Aldobrandini - con l’avallo della Banca Commerciale Italiana e il robusto sostegno dello Stato.
Corre il 23 luglio 1917, l’annus horribilis di Caporetto, quando il governo Boselli autorizza la Società Porto Industriale all’avvio dei lavori nell’area paludosa dei Bottenighi, espropriando nel contempo un quarto del territorio di Mestre: è il prologo alla bonifica dei terreni lagunari (oltre quindici milioni di metri quadrati strappati al “salso”), all’escavo di canali artificiali, alla costruzione di reti stradali e raccordi ferroviari.
Un disegno ambizioso e controverso quello di Volpi, influente tecnocrate nel Ventennio fascista, deciso a «sospingere Venezia nei tempi moderni» superandone l’esclusiva vocazione turistica. Che diventa realtà negli anni Venti, con la nascita del primo cantiere (Breda), l’inaugurazione del Canale Vittorio Emanuele tra la stazione marittima e Marghera (1922), l’apertura al traffico di merci e materie prime (1926), l’insediamento di una cinquantina di stabilimenti preceduto dall’accorpamento al capoluogo dei quattro comuni investiti dagli impianti. Che attinge alla manodopera rurale e procede per gradi.
Dapprima le lavorazioni di base, la distillazione del carbon fossile e la produzione di vetro, i fertilizzanti e gli anticrittogamici, le raffinerie, i depositi di oli minerali. In seguito, a partire dagli anni Trenta, lo sviluppo della meccanica, i metalli non ferrosi, l’ammoniaca sintetica per concimi e il ventaglio di produzioni minori che si valgono della centrale termica più potente nel circuito nazionale.
Duramente bombardati nel secondo conflitto mondiale, gli stabilimenti sono rapidamente ricostruiti e sorge anzi una seconda zona industriale, attraversata dal canale culminante nella Bocca di Malamocco.
Un boom frenetico e per molti versi selvaggio (il rialzo del piano campagna includerà l’interramento di rifiuti tossici) che moltiplica la popolazione a Mestre (90 mila abitanti), Marghera (25 mila) e nei borghi limitrofi di Favaro, Zelarino, Chirignago. Un’espansione di ciminiere e fonderie che garantisce profitti colossali ai monopolisti e negli anni Sessanta si traduce in duecento aziende attive con 40 mila lavoratori (dal proletariato urbano ai “metalmezzadri” provenienti dalla provincia) per un transito annuo superiore ai 7 milioni di tonnellate, invidiato dai maggiori terminal europei. È l’età del conflitto nell’oasi rossa del Veneto bianco: scioperi massicci, lotte unitarie per un salario equo (le «cinquemila lire uguali per tutti»), difesa della salute, denuncia dell’inquinamento.
Toni Negri, Massimo Cacciari, Gianni De Michelis: Potere operaio che mobilita gli studenti ai cancelli e sfida il riformismo della sinistra storica. Il miraggio della “terza zona siderurgica”, persino, progettata su tremila ettari, rimasta sostanzialmente sulla carta, che si aggrappa al record di traffico marittimo (1974) ma già sconta l’inversione di tendenza dei primi anni Ottanta.
Un decennio insanguinato dagli omicidi di Sergio Gori e Giuseppe Taliercio, dirigenti del Petrolchimico, vittime delle Brigate Rosse; sgretolato negli assetti societari produttivi. È il declino di un modello gigantista, simboleggiato dal processo ai “Signori della chimica”, imputati per la morte di 157 lavoratori di Montedison ed Enichem, esposti agli effetti cancerogeni del cloruro di vinile monomero.
Fino alla storia recente, alla profonda, faticosa, transizione in atto: la Zona logistica semplificata (2020) istituita per favorire il rilancio con incentivi fiscali e amministrativi, lo spegnimento della torcia nella raffineria nel 2023, l’incompiuta bonifica del suolo contaminato. Così i grandi gruppi cedono il passo, il terziario avanza e l’occupazione arretra a 12 mila addetti con 120 aziende spalmate su 2mila ettari. Così le rappresentanze dei lavoratori respingono la «monocoltura turistica» in nome di una «manifattura sostenibile».
Aria più pulita in Veneto: 5 milioni per rottamare i veicoli aziendali Rovigo.News
VENEZIA – Un intervento mirato per migliorare la qualità dell’aria e sostenere al tempo stesso il tessuto produttivo. Su proposta dell’assessore all’Ambiente Elisa Venturini, la Giunta della Regione del Veneto ha dato il via libera al nuovo “Bando Rottamazione Veicoli 2026”, mettendo sul piatto 5 milioni di euro per favorire la sostituzione dei mezzi aziendali più inquinanti con soluzioni a basso impatto ambientale.
Più opzioni per le imprese: non solo acquisto
La principale novità dell’edizione 2026 è l’ampliamento delle modalità di accesso agli incentivi. Non più solo acquisto diretto: il contributo regionale potrà essere utilizzato anche per noleggio a lungo termine e leasing, oltre che per veicoli a “chilometri zero”.
“Abbiamo reso lo strumento più flessibile per rispondere alle esigenze reali delle imprese”, ha spiegato l’assessore Venturini, sottolineando come l’obiettivo sia facilitare il rinnovamento delle flotte aziendali con costi sostenibili.
Una leva concreta per la qualità dell’aria
Il bando si inserisce nella strategia ambientale regionale per il contenimento delle emissioni. Secondo l’assessorato, ogni veicolo sostituito contribuisce a ridurre polveri sottili e ossidi di azoto, con effetti diretti sulla salute pubblica.
“I dati degli ultimi anni mostrano un miglioramento costante del PM10 in Veneto: gli incentivi stanno funzionando e ora vanno rafforzati”, ha aggiunto Venturini.
Il ruolo chiave del sistema camerale
Determinante, per l’attuazione della misura, la collaborazione con Unioncamere Veneto. L’accordo punta a semplificare l’accesso ai fondi e ad accompagnare le imprese nelle procedure.
“La capillarità e la competenza del sistema camerale permettono di superare gli ostacoli burocratici e rendere gli incentivi davvero efficaci”, ha evidenziato l’assessore.
Come partecipare
Le aziende potranno presentare la manifestazione d’interesse online dal 27 maggio al 3 settembre 2026. I contributi, modulati in base alle emissioni dei nuovi veicoli, potranno arrivare fino a 20.000 euro, con premialità per le imprese situate nei Comuni più attivi nelle politiche per il miglioramento della qualità dell’aria.
Un intervento che punta a coniugare transizione ecologica e competitività, rafforzando un percorso già avviato verso un’aria più respirabile in tutto il territorio regionale.
By 2100, rising seas could erase destinations such as the Maldives and Seychelles from the map - and experts warn 'last chance' trips could accelerate their disappearance.
ByJOWENA RILEY, TRAVEL WRITER Published:10:19 BST, 26 April 2026|Updated:10:30 BST, 26 April 2026 Within the next 80 years, some of the world's most iconic holiday destinations could be swallowed by rising seas - vanishing from the map altogether. By 2100,climate changeis expected to drive an average global sea level rise of between 17 and 33 inches (32 to 84cm), according to the Intergovernmental Panel. While major cities likeNew Orleansand Tokyo are projected to face serious flooding, low-lying island nations such as the Maldives,Fijiand the Seychelles are at risk of disappearing entirely. Meanwhile, places including Venice, New York, Amsterdam andHong Kongcould see up to six feet of sea level rise in the coming decades, reshaping tourism and displacing tens of thousands of residents. But if you're hoping to tick these destinations off your bucket list before they're gone, you may want to reconsider - as your visit could unintentionally accelerate their decline. Experts warn against the 'see it before it's gone' mindset, explaining how increased flights and higher footfall can become a risk to locals, tourists and the environment. Izzy Nicholls, founder of The Gap Decaders, says: 'The most obvious issue is emissions. Extra long-haul flights taken specifically for last-chance trips add to warming and sea-level rise, and tourism as a whole has a sizeable carbon footprint. 'Many fragile islands also have limited water supply, transport space and emergency response capacity. When visitor numbers surge, the impacts show up fast, from water shortages and sewage stress to damaged paths and crowded streets that reduce quality of life for residents.' Andre Robles, owner of Voyagers Travel Amazon, added: 'Dragging people to see a destination on the premise that it might not exist in the same way in the future can drive the conversation away from environmental stewardship to an obsession with consumption. 'This ends up meaning more crowding and more strain on infrastructure and more pressure placed on a community already subjected to environmental changes.' As specialists and environmentalists urge travellers to remain ravel conscious and self-aware, we take a look at the nations most at risk of disappearing by 2100. The Maldives has an average elevation of just 1.5 metres, meaning around 80 percent of its 1,100 islands could be at risk of being swallowed by rising seas in the next 30 years The Maldives, a chain of islands south of India, covers only about 298 square kilometers. After periods of Portuguese, Dutch, and British rule, it became independent in 1965 - and has since become one of the most exclusive holiday and honeymoon destinations in the world. What makes the country especially vulnerable to rising sea levels is its height - or lack of it. With an average elevation of just 1.5 metres and a highest point of 2.3 metres, it is the lowest-lying nation in the world. Over 500,000 people live here, many concentrated in the capital, Malé, where more than 200,000 residents occupy a small, low-lying area. And if sea levels continue to rise as expected, around 80 per cent of the Maldives' 1,100 islands could be uninhabitable by 2050. Kiribati sits at just three metres high, making it most at risk of disappearing in the next 100 years The Republic of Kiribati stretches across three million square kilometres of the Pacific Ocean, northeast of Australia, and is known as one of the first places on Earth to enter a new day and year. Despite its size on the map, its land sits dangerously low at just three metres high. Sea levels here are rising at roughly 1.2 centimetres per year - four times faster than the global average, according toActive Sustainability. This combination of low elevation and rapid sea level rise puts Kiribati among the countries most at risk of disappearing in the coming decades. The Bahamas faces a growing threat from rising seas, particularly on New Providence, its most populated island. The island, home to the capital Nassau, reaches only about five metres at its highest point. A map generated by the University of California suggests that large parts of it could be submerged within 75 years, with new inland lagoons forming as water pushes further inland. The situation is made worse by the islands' limestone geology, which allows seawater to seep up through the ground - meaning flooding can occur from below as well as from the coast, according toBBC Wildlife Magazine. Extreme climate events, paired with rising sea levels, continue to pose a serious risk to the residents of Fiji Fiji, a tropical paradise known for its white-sand beaches and volcanic landscapes, covers around 1.3 million square kilometres in the South Pacific. While rising sea levels remain a concern, extreme weather events are an equally serious threat. Heavy rainfall in 2009 led to severe flooding, killing 19 people, displacing thousands, and causing major damage to infrastructure. Key industries like tourism and sugar production were also badly affected, highlighting how climate events can impact the economy as well as residents' lives. Samoa, with a land area of under 3,000 square kilometres, became independent from New Zealand in 1962, and has managed to stay largely unspoiled by excessive tourism. However, one of its main environmental challenges is the loss of coral reefs due to rising ocean temperatures, according toActive Sustainability. These reefs act as natural protection against powerful waves - should they disappear, coastlines will be left exposed, leading to increased erosion and flooding. The Seychelles is a key holiday destination for those seeking sun, sea and a touch of luxury - but it may no longer exist in the next 100 years if sea levels continue to rise The Seychelles, another luxury holiday spot, is made up of 115 islands in the Indian Ocean - many of which are low-lying and vulnerable. Rising sea levels threaten not just the land itself but also the way people live. Most of the 130,000-strong population and key infrastructure are located along the coast. This means even the smallest increases in sea level or stronger storm surges can have serious consequences, with the possibility that much of the country could be underwater within the next 50 to 100 years. The independent island nation of Tuvalu is one of the clearest examples of how unpredictable the impacts of climate change can be. Sea levels there have risen by about 21 centimeters over the past 30 years - nearly twice the global average. TheUNestimates that up to 95 per cent of the country - which has a low average height above sea level - could be submerged by 2100. Despite contributing very little to global emissions, Tuvalu faces an uncertain future, with limited resources to respond to the threat. The Marshall Islands covers just 181 square kilometres - though much of its land is being lost year by year. Here, the effects of rising sea levels are already visible in areas such as the capital, Majuro, where land that was once above water has been lost to the sea. Rather than a distant possibility, the gradual disappearance of land is already happening in real time. Entire islands have all but disappeared across the Solomon Islands due to rising seas The Solomon Islands, which stretches nearly 30,000 square kilometres, is a little pocket of paradise in Oceania that is home to over 800,000 people. However, over recent years, scientists have raised concerns about their long-term survival. Rising sea levels have already caused noticeable erosion - and, in some cases, entire small islands have disappeared, with sinking countries now a serious threat. The Republic of Vanuatu is widely considered one of the most disaster-prone countries in the world. Alongside rising sea levels, the country - situated in Melanesia - regularly experiences powerful cyclones. One such storm, which saw Cyclone Pam batter the island in March 2015, caused widespread destruction, damaging the 90 per cent of the buildings in the capital. With both sea-level rise and extreme weather intensifying, the risks facing Vanuatu continue to grow. Venice has experienced several flooding incidents in the last 20 years - forcing tourists to equip themselves with wellies, umbrellas and protective clothing Venice, like Amsterdam, draws millions of tourists every year who flock to explore its extensive canal system. But the famed 'Floating City' isn't just buckling under the weight of overtourism - it's slowly sinking in the very waters that surround it. The tourist hotspot has experienced 18 severe flooding events in the last two decades due to rising sea levels, with researchers at theNational Institute of Geophysics and Volcanologyrevealing the city is sinking by about 1 to 2 millimetres per year. Protecting Venice may require large-scale and costly solutions - like using large flood barriers to isolate parts of the land from the lagoon, or, as recently suggested,dismantling infrastructure and relocating them further inland. But, in the worst-case scenario, some parts of the city could simply become uninhabitable - the flooded remains only able to be viewed by submarine. To relieve some of the pressure Venice faces, Laura Evans-Fisk, head of digital & engagement at eurochange, suggests a trip to an alternative Italian spot that offers a similar experience. She said: 'Whilst Venice is a fantastic place to experience Italy's true culture and history, there are plenty of other, much less visited destinations in the country that offer similar qualities. 'Matera, in the Basilicata region, is one of the world's oldest continuously inhabited cities. You might recognise it from the James Bond film, No Time To Die, which was filmed on its beautiful streets. 'Trieste is another Italian port city worth visiting, which holds many similarities to Venice and is just 1.5 hours away by train. 'Close to the Slovenian and Croatian borders, its culture is a unique blend of Italian and Slovenian influences. 'The beautiful Canal Grande runs right through the city, dotted with restaurants and bars on the water's edge, making it a great alternative to Venice.' Across Palau, shorelines are disappearing, with much of the nation being vulnerable to rising sea levels and erosion Palau, a nation in the western Pacific, consists of more than 300 islands and is known for its rich natural environment and cultural heritage. However, much of its population and infrastructure is concentrated along the coast, making much of the nation highly vulnerable to rising sea levels, storm surges, and erosion. Signs of damage are already visible, with shorelines steadily receding and vegetation struggling to hold its ground. Nearby roads are also become increasingly vulnerable to flooding and wave action, according toNAP Global Network. The Torres Strait Islands lie between northern Australia and Papua New Guinea and are home to several small communities. Sea levels in this region have been steadily rising over recent decades, with flooding having already damaged homes, crops, and coastal defenses. In addition, saltwater intrusion is affecting local wildlife, reducing access to traditional food sources, with one man testifying that a notable rise in seawater had killed crabs, fish and other seafood locals would feed on. In a 2025 landmark case, the Australian Federal Court heard evidence that sea levels in the Torres Strait rose by 6cm per decade between 1993 and 2019, threatening the traditional way of life of local residents. Up to 20 million people could end up displaced in Bangladesh if sea levels rise by up to 1.5 metres within the next century By the end of the century, Bangladesh could lose up 17 per cent of its territory due to rising tides - potentially resulting in the displacement of around 20 million people. Sea levels along the coast may rise by up to 1.5 metres by 2100 - with extreme weather potentially driving that increase even higher. Those living in rural areas are already having to grapple with the option of changing their way of life or finding a place elsewhere to settle due to unpredictable conditions. At the same time, saltwater intrusion and more frequent storms are making farming harder and driving migration. Joyce Chen, economist at The Ohio State University, told theBBC: 'The climate is becoming more volatile so we are seeing a higher frequency of migration. 'Where in the past we see migration due to annual flooding, or river bank erosion, now we see saltwater intrusion more commonly which affects the environment long term. 'It makes it harder to grow crops because the land is permanently altered by the saline water.' In the Netherlands, around 60 per cent of the population lives in areas at risk of flooding Even developed lands aren't safe. The Netherlands - famous for its winding canals and overlapping bridges - has long managed the challenge of living with water, with more than a quarter of its land below sea level. Around 60 per cent of its population lives in areas at risk of flooding, making the country highly vulnerable to sea level rise driven by climate change, as reported byNational Delta Programme. Future projections from the KNMI Climate Scenarios suggest sea levels could rise by over one metre by 2100 if the climate warms by even 2 degrees. As a result, the country must continue investing heavily in advanced flood defenses and water management systems. Miami, a popular beach hotspot in the state of Florida, faces an entirely different kind of flooding risk. Although it's surrounded by water, the city is built on porous limestone - allowing water to rise not just from the ocean, but from beneath the ground as well. Due to its low elevation of roughly 6 feet, the city faces a severe, long-term threat from rising sea levels, with ongoing urban flooding already causing damage to upland properties and infrastructure. In the coming decades, flooding is expected to become more frequent due to higher king tides, storm surges, and extreme weather - with hurricanes being a key concern. In 2012, Hurricane Sandy brought waves of up to 10 feet high to Miami's shores, causing extensive destruction. Although it's not set to be completely underwater within the next century, there is a risk the city can become partially submerged, as reported byRising Above Miami Beach. Nauru is a tiny island nation in Micronesia, covering just over 20 square kilometres. Its low average height makes it particularly exposed to rising sea levels, while 80 per cent of its land already devastated by decades of phosphate mining. If global warming continues at its current pace, ocean levels are expected to increase further here, putting the long-term survival of the island and its population in serious doubt.