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España: Puerto de Bilbao mueve 3,4 millones de toneladas de carga breakbulk en 2025
📰 Portal Portuario Media 📅 2026-06-14 📍 Bilbao es
Por Redacción PortalPortuario @PortalPortuario El Puerto de Bilbao precisó que la carga breakbulk supone el 11% de la carga movilizada La entrada España: Puerto de Bilbao mueve 3,4 millones de toneladas de carga breakbulk en 2025 se publicó primero en PortalPortuario .
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Ecco come un meccanismo fiscale della Biscaglia salverà la siderurgia e la chimica italiane
📰 Macitynet.it 📅 2026-05-12 📍 Bilbao it Aria · inquinamento Clima · decarbonizzazione
Il fallimento della decarbonizzazione industriale non è tecnologico né ambientale: è finanziario. La provincia basca di Biscaglia ha inventato un meccanismo fiscale che trasferisce il rischio dagli investitori allo Stato fin dal primo giorno di avvio dell’imp…
Siamo andati a Bilbao, la capitale della Biscaglia (uno dei Paesi Baschi spagnoli) per cercare la risposta a una domanda che circola da anni nei convegni sulla transizione energetica e che nessuno riesce a rispondere in modo soddisfacente: perché le industrie pesanti europee, pur sapendo di dover decarbonizzare, continuano a non investire? La risposta non riguarda la tecnologia, che esiste, né la volontà politica, che almeno formalmente c’è. Riguarda la struttura del rischio finanziario nei grandi progetti industriali a lungo ciclo di ritorno. Facciamo un esempio concreto, che proviene dagli incontri fatti all’Energy Tech Summit che si è tenuto da poco a Bilbao. In quel contesto infatti gli addetti ai lavori ci hanno spiegato che un impianto di idrogeno verde da cento megawatt (MW) costa circa cento milioni di euro, richiede da quattro a cinque anni tra permessi e costruzione, e deve generare ricavi per vent’anni o più per ripagare l’investimento. In questo lasso di tempo possono cambiare le normative europee, i prezzi del mercato, le tecnologie concorrenti e i governi. Insomma, un rischio che non è sostenibile a meno che non ci sia un modello normativo e di incentivi economici capaci di renderlo sostenibile per le imprese. Il limite dell’autonomia fiscale I Paesi Baschi ci sono riusciti, creando il cosiddetto “Corridoio dell’idrogeno”, come vedremo tra un attimo. Ma anticipiamo subito che il punto critico, quello che rende il modello basco difficile da replicare altrove, è la stessa cosa che lo rende possibile: l’autonomia tributaria della Diputación Foral di Biscaglia. In Italia, Francia o Germania un meccanismo analogo richiederebbe o una norma nazionale o, meglio, una direttiva europea che permetta la cedibilità immediata dei crediti fiscali legati alla decarbonizzazione industriale. Niente di simile esiste oggi a livello comunitario. L’Unione europea finanzia la transizione principalmente attraverso sussidi diretti, fondi strutturali e strumenti come il meccanismo per una transizione giusta, tutti soggetti a iter burocratici lunghi e a obblighi di rendicontazione che scoraggiano le imprese più piccole. Il dibattito su uno strumento di credito d’imposta cedibile su scala europea esiste, ma è ancora in fase preliminare e incontra la resistenza degli stati con sistemi fiscali più rigidi. Il risultato è che per ora la Biscaglia resta un caso isolato in Europa, anche se il BH2C è già riconosciuto dall’Hydrogen Council come archetipo di riferimento per le “Hydrogen Valley” di scala locale a vocazione industriale. Ne parliamo non tanto per una questione di cronaca quanto per mostrare come questo modello potrebbe avere un impatto anche sul tessuto industriale italiano: nonostante la chimica e l’industria energetica tradizionale sia da tempo in ridimensionamento, abbiamo sempre impianti siderurgici e raffinerie in funzione. Quindi, la lezione più importante del modello basco non riguarda tanto l’idrogeno in sé, già al centro di un intenso dibattito con posizioni molto diverse, come si vede dal ritiro di Stellantis dalle auto a idrogeno e dai progressi paralleli nella mobilità a celle a combustibile con Hyundai Nexo e Toyota. La lezione riguarda la struttura degli incentivi: finché i meccanismi di sostegno alla decarbonizzazione industriale continueranno a premiare solo chi già guadagna, la transizione resterà un obiettivo dichiarato e un investimento mancato. Qualcosa che vale anche per settori molto distanti dall’idrogeno, dall’espansione delle rinnovabili da parte di grandi aziende tecnologiche come Apple fino alla riconversione dei distributori di carburante che nei prossimi anni dovranno trovare nuovi modelli di business. Il rischio che paralizza i capitali Entriamo nel merito. Settori come la siderurgia, la raffinazione, la chimica e la produzione di carta e cemento, i cosiddetti settori “hard-to-abate”, ben presenti anche nel nostro Paese, non possono decarbonizzarsi semplicemente elettrificando i processi. I forni elettrici ad arco per produrre acciaio richiedono temperature che l’elettricità da sola non raggiunge in modo economicamente conveniente, mentre alcune reazioni chimiche della raffinazione del petrolio necessitano di idrogeno per funzionare, senza alternative praticabili. Invece, l’idrogeno verde, prodotto per elettrolisi dell’acqua usando energia rinnovabile, è al momento l’unica soluzione tecnicamente credibile per questi comparti. Poi l’impatto di quel che viene prodotto rimane (la benzina raffinanta da un impianto alimentato a idrogeno verde ovviamente continua a inquinare quando viene utilizzata) ma viene abbattuta almeno la parte di inquinamento ed emissioni necessarie per produrli. È una soluzione-ponte praticabile e con effetti positivi intanto che si lavora ad altre modalità di alimentazione della nostra società. Il problema non è la disponibilità della soluzione-ponte: è che nessuna azienda vuole investire cento milioni in qualcosa che potrebbe non essere redditizio, soprattutto quando non esiste ancora un mercato consolidato per i prodotti decarbonizzati e i sussidi europei arrivano tardi, in forma di rimborso, e solo se il progetto genera profitti su cui dedurre. Il Basque Hydrogen Corridor (BH2C), consorzio nato nel 2020 a Bilbao con oltre 120 organizzazioni tra imprese, istituzioni e centri di ricerca, ha affrontato il problema partendo da un’intuizione semplice: gli incentivi fiscali tradizionali non funzionano per chi non sa ancora se farà profitti. La Diputación Foral di Biscaglia, l’autorità provinciale che gode di piena autonomia tributaria rispetto al governo centrale di Madrid, ha disegnato uno strumento diverso. Cosa vuol dire tutto questo? Chi investe in tecnologie pulite qualificate, tra cui gli elettrolizzatori per idrogeno verde e gli impianti per combustibili sintetici, ottiene una detrazione fiscale del 35% sull’investimento, cedibile a terzi fin dal primo giorno di avvio dell’impianto, indipendentemente dalla redditività del progetto. La meccanica del “giorno uno” In pratica funziona così: un’azienda che investe cento milioni di euro in un impianto di idrogeno verde ottiene una detrazione di trentacinque milioni, che può vendere immediatamente a una banca o a qualunque altro contribuente della regione, ricevendo in cambio l’80% del valore nominale, cioè ventotto milioni di euro in cassa dal primo giorno di operatività, anche se il progetto non ha ancora generato un euro di ricavo. L’acquirente della detrazione risparmia a sua volta sette milioni di euro di tasse. Il rischio di non riuscire a capitalizzare l’incentivo, che nei sistemi tradizionali dipende dall’esistenza di profitti futuri, viene eliminato alla radice. Il meccanismo ricorda l’Inflation Reduction Act americano, ma con una differenza sostanziale: la cedibilità immediata, che nei casi più complessi degli Usa è ancora parziale e soggetta a vincoli settoriali. Il risultato concreto è visibile nei numeri del BH2C: oltre un miliardo e mezzo di euro di investimenti previsti fino al 2026 e un’analoga tranche programmata per il periodo 2030, quarantuno progetti distribuiti su sei filiere verticali che coprono tutta la catena dell’idrogeno dalla produzione agli usi finali. Il progetto più rilevante è l’installazione di un elettrolizzatore da cento megawatt nella raffineria di Petronor a Bilbao, alimentato da impianti fotovoltaici ed eolici per circa 575 megawatt complessivi: due tonnellate all’ora di idrogeno verde per sostituire quello convenzionale prodotto oggi da gas naturale. Non è un progetto dimostrativo, è un impianto industriale a piena scala che, senza la detrazione non sarebbe mai stato creato. Dall’impianto al distretto produttivo L’effetto sistemico dell’incentivo fiscale va però oltre il singolo impianto. Petronor e Saudi Aramco stanno costruendo nel porto di Bilbao una delle prime fabbriche di combustibili sintetici al mondo, un impianto da duecento milioni di euro in grado di produrre diesel sintetico e cherosene sintetico (SAF, Sustainable Aviation Fuel) partendo da idrogeno rinnovabile e CO₂ come materie prime. Praticamente la chiave per avere carburante “sostenibile” per le compagnie aeree europee, come previsto dalle norme per la progressiva decarbonizzazione dell’industria del trasporto aereo. L’impianto è progettato da Técnicas Reunidas, una grande società di ingegneria che non aveva presenza nella regione basca: ha aperto un ufficio a Bilbao e assunto quattrocento ingegneri locali, alcuni dei quali ora progettano impianti simili per Svezia, Finlandia, Giappone e Arabia Saudita. La detrazione fiscale ha così generato, come effetto collaterale, la nascita di un cluster di competenze ingegneristiche di livello internazionale. Sul versante tecnologico, il BH2C ha attirato anche startup come H2Site, uno spin-off della ricerca accademica di Tecnalia e dell’Università di Eindhoven. H2Site produce membrane al palladio che permettono di separare idrogeno purissimo direttamente nel punto di consumo, eliminando il problema del trasporto. In pratica: anziché produrre l’idrogeno in un impianto centrale e poi portarlo, portano i mini-trasformatori in loco ed effettuano la trasformazione all’interno del ciclo produttivo della raffineria o dell’altoforno. La startup ha già 25 impianti in operazione in Europa, incluso uno in Italia, nel Veneto, realizzato con Snam, e ha raccolto fondi nel 2025 per espandersi in Asia e negli Usa. Il modello commerciale è basato su contratti di servizio pluriennali: il cliente acquista l’impianto e paga una tariffa annuale che garantisce purezza e quantità dell’idrogeno prodotto, con H2Site che si fa carico del rischio tecnologico delle membrane. Una trasformazione necessaria Il passaggio da una economia che inquina a una completamente verde, che non solo non produce emissioni ma ha anche un saldo negativo (cioè le elimina dall’atmosfera) non è un concetto semplice e binario. La realtà è complessa e la trasformazione ha dei costi che devono essere valutati: non si possono licenziare centinaia di migliaia di addetti chiudendo gli impianti inquinanti dall’oggi al domani e fermare tutte le navi, gli aerei e le auto e i camion e i riscaldamenti delle case. E fermare anche la produzione siderurgica planetaria, oltre agli allevamenti di carne. Sono necessarie delle soluzioni ponte che siano progressive ma efficaci, non delle forme di green-washing. Soluzioni come quelle basate sull’idrogeno verde e gli incentivi fiscali pensati in Biscaglia rientrano in questo sforzo: il petrolio viene ancora raffinato ma senza inquinare, l’acciaio prodotto ma senza inquinare. Il passaggio successivo è cambiare l’industria a valle senza che serva più la benzina o il cherosene se non in pochissimi e circoscritti casi. Fino ad allora, con un orizzonte che arriva al 2050 e poi va verso il 2100, servono soluzioni costruttive e funzionanti. La nostra è l’epoca in cui servono dei nuovi costruttori di cattedrali, capaci di immaginare piani che vadano oltre la vita dei singoli e le trimestrali aziendali. Biscaglia si sta muovendo in questa direzione. E l’Italia?
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